Visualizzazione post con etichetta OPINIONE. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta OPINIONE. Mostra tutti i post

Opinioni. Il crescente calo demografico e la Chiesa


di SALVATORE PALESE (Diocesi Ugento-S. Maria di Leuca) - Il crescente calo demografico, senza urgenti provvedimenti, originerà una implosione della società nei paesi europei e di civiltà occidentale.

Il fenomeno coinvolgerà le chiese nei vari paesi e condizionerà gli orizzonti dell’evangelizzazione e la vitalità operativa, come già si avverte in questi primi decenni del secolo che ha aperto il terzo millennio. La situazione italiana è arrivata a livelli allarmanti: ora finalmente ne parlano molti, ma non ancora tutti. Le riflessioni compiute da Francesco D’Agostino nell’editoriale dell’Avvenire di domenica 15 ottobre 2017 e quelle di Alessandro Rosina di giovedì 19 ottobre, possono utilmente far pensare i cattolici adulti e giovani avviati alle responsabilità della loro esistenza.

Anche le analisi devono diventare coraggiose e intelligenti, al fine di formulare proposte operative, concrete e possibili, nelle nostre comunità ecclesiali.

Queste comunità hanno il diritto di sentirsi educate all’amore nella famiglia. In particolare quelle cristiane hanno bisogno di fare la grande gioiosa scoperta di essere state visitate dal Signore, nei figli. Essi sono segni perenni dell’amore di Dio che si manifesta nell’amore fecondo degli sposi. Non è questa la rivoluzione in positivo che questo benedetto papa Francesco va originando giorno per giorno, domenica per domenica?

L'OPINIONE: Ieri la "Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato", per le persone di cui parliamo a favore o contro

(FOTO REPUBBLICA)

di MIRKO SALOTTI - Ieri è stata la giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato: una giornata per le persone di cui parliamo a favore o contro - anche solo indirettamente -. 

I due attributi dovrebbero ricordarci distese di popolazioni con disagio, che nel caso dei rifugiati è talmente grave da avere una Convenzione ONU del 1951 in loro tutela.

Solamente i rifugiati siriani (fuori e dentro la loro Patria) sono stimati in oltre undici milioni. Il totale dei rifugiati è stato stimato dall'Alto Commissariato ONU per i Rifugiati (ACNUR - UNHCR) in oltre sessantacinque milioni di persone.

Questa realtà ci ha colpito quando è stata definita anche da Papa Francesco come la più grande tragedia dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

Il Segretario generale dell'ONU Ban-Ki-Moon, verso la fine del 2016 e del proprio mandato, ha ribadito che si debba capire che questi "sono esseri umani".

Una grande tragedia degli esseri umani trova l'Italia tra i Paesi in prima linea per l'approdo a territori che possano fornire soccorso e più sicurezza di vita. E il nostro Paese ha sicuramente avuto un impegno e delle idealità forti per portarci ad una cultura di accoglienza, protezione, promozione ed integrazione - si ricorda ad esempio la depenalizzazione del reato di clandestinità, e l'attuale campagna nazionale per modificare la legge Bossi-Fini -.

Ma proprio in questo contesto si potrebbe tentare di osservare alcune motivazioni di xenofobia, non ben chiarite e quasi sussurrate o date per certe.

Quando si parla di "invasione" e "sostituzione etnica" in modo programmato dell'Europa si fa leva sull'immaginario del cd. piano Kalergi di quasi cento anni fa: cioè un'idea antesignana di Europa unita di quel filosofo e politico austriaco che noi leggiamo deformata per manipolazioni intervenute da parte di un autore apologo del Nazismo (pertanto è chiaro che qualsiasi idea di incontro di popoli e convivenza di etnie ne possano risultare deformate in negativo). Spesso si può far leva sulla paura di tensioni contro la Cattolicità, a causa del fatto che il Conte Kalergi fosse membro in realtà massoniche.

Un'altra motivazione alla xenofobia di questo genere è quella che fa di persone Musulmane un rischio terroristico latente e imminente: i fatti di terrorismo più recenti sono a volte abbinati a discorsi come quello di Papa Benedetto XVI a Ratisbona (Regensburg) del 2006 - che in modo abbastanza rigoroso parlava di un'importanza particolare della ragione -.

Anche nel caso del "discorso di Ratisbona" c'è stata un'iperattenzione alla parte in cui esistono dei cenni critici sui Musulmani - che non sono del Papa emerito, ma di San Manuele II Paleologo, che all'epoca dello scritto citato - forse 1391 - era Imperatore bizantino (che Benedetto XVI precisava di citare al solo scopo di argomentare il proprio discorso legato alla ragione) -.

Per la verità non esiste una Chiesa Cattolica "Islamofobica" , e per questo basterebbe vedere la dichiarazione "Nostra Aetate" di Paolo VI° del 1965 sul rapporto con le altre Religioni.

Queste motivazioni "nascoste" arrivano facilmente alle persone comuni, e distolgono sia da impegni di solidarietà che da ricerche più realistiche di carattere sociale, religioso, politologico o economico-finanziario: non bisogna perdere di vista gli inalienabili diritti umani in presenza di un' epocale tragedia umana.

In realtà le nostre società​ civili hanno dei fondamenti di fuga dal Nazifascismo, e negli Stati laici attuali ogni passo che porti a prenderci cura di ogni essere umano nel rispetto della sua complessità potrà essere utile in questa particolare identità che è stata scelta nella nostra Storia.

EDITORIALEX: Riina ha diritto a una morte dignitosa? Ecco è pericoloso lo sconfinamento nella 'giustizia morale'


di ALESSANDRO NARDELLI - In questi giorni, sta impazzando il dibattito riguardante la morte dignitosa di Riina, una discussione, che trascende la morale. Comunque la si pensi, sia le azioni, da alcuni ritenute moralmente condivisibili (eccesso di legittima difesa, ricordate il caso del benzinaio STACCHIO?), che quelle ritenute non moralmente condivisibili (quelle compiute da RIINA durante la sua vita), sono assoggettate alla cosiddetta "giustizia legale".

Mi spaventa, e terribilmente, invece, che parte degli italiani, in virtù di una presunta "santità sovrumana", sconfinino nella "giustizia morale", esattamente il contrario di quanto contempla la "giustizia legale". E che gli stessi, utilizzino un metro di giudizio morale diverso da caso a caso è sintomatico.

Fondere, fino a confondere questi due piani, è pericolosissimo, in quanto si vuol negare, i basilari princìpi di legalità, capisaldi di uno Stato di diritto come il nostro.

Schierarsi dalla parte della legge significa chiaramente continuare a sperare in una legge sul fine vita fatta bene, che parta dalla salvaguardia della legge applicativa della libertà di cura contenuta nell'articolo 32 della Costituzione. Bisogna rispettare il consenso o meno, del paziente, a una certa terapia. Senza di questo, il medico deve essere tenuto a rispettare quel no.

L'OPINIONE: 25 anni dalla strage di Capaci. Mattarella: "Falcone punto di riferimento in Italia e all'estero"


di ILEANA CIRULLI - Si è riunito ieri, alla vigilia del 25esimo anniversario dalla strage di Capaci, in seduta straordinaria, il Consiglio superiore della magistratura, per ricordare Giovanni Falcone. Il Plenum straordinario, tenutosi a Roma, ha avuto inizio con le parole del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: «Il giudice Giovanni Falcone conosceva l'importanza del lavoro in pool che ha condiviso con Paolo Borsellino e aveva ben presente il valore dell'indipendenza e dell'autonomia della magistratura. - per poi aggiungere - Giovanni Falcone era inoltre attentissimo alla consistenza del materiale di prova e questo scrupolo conferiva grande solidità alle sue inchieste».

A sottolineare quanto sia importante ricordare la vita di Falcone, traendone una buona lezione, vi è stato anche il vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini: «E' assurto alla statura del mito, dell'esempio per antonomasia di dedizione, integrità morale, di intelligenza e rigore estremo nel condurre la lotta contro le mafie, fino ad essere percepito, in Italia e nel mondo, come archetipo e modello di magistrato». Il giudice Falcone ha speso la sua carriera in nome di un'Italia moralmente migliore, ma soprattutto si è battuto per salvare la sua terra, la Sicilia, schierandosi apertamente contro chi commetteva atti immorali, volendo ottenere il controllo del territorio attraverso la violenza. Per il magistrato, infatti, «la mafia non era affatto invincibile», ma era «un fenomeno terribilmente serio e grave, che si può vincere non pretendendo l'eroismo dei cittadini ma impegnando tutte le forze migliori della società».


Quest'ultimo è un pensiero che, ad oggi, tutti noi, o quasi, riteniamo più che giusto, ma c'è da dire che all'epoca Falcone era solo. Il suo nemico più grande era la mafia, ma le sue idee erano in pochi a sostenerle e, per tale motivo, era circondato da persone a lui ostili. Uomo dotato di rigore e talento, il giudice palermitano era invidiato da tutti e la sua ideologia risultava scomoda a persone del mondo del giornalismo e della magistratura, le quali temevano che potesse raggiungere un posto di rilievo maggiore, arrivando ad attuare davvero quella rivoluzione positiva nella società. A ribadirlo è lo stesso autista di Falcone che, quel 23 maggio 1992, è sopravvissuto alla strage; Giuseppe Costanza racconta, riferendosi a periodo antecedente alla strage: «Mi aveva fatto una comunicazione importantissima. Mi disse: "È fatta, sarò il procuratore nazionale anti mafia". - continua - A qualcuno però, questo scenario fece paura, Falcone con la nuova carica che stava per ricoprire era pericoloso».

Anche se Falcone non c'è più, la sua presenza tra noi è sempre viva e lo rimarrà fino a quando la lotta contro questo male non cesserà, con la vittoria della giustizia, perchè in fondo «la mafia è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio ma anche una fine».

L'OPINIONE: Tir killer che uccidono la folla, da Nizza a Stoccolma il nuovo modus operandi dei terroristi.

(AP Photo)

di MARIAGRAZIA DI RAIMONDO - Il Modus operandi dei terroristi  per creare "insicurezza agli occidentali" nelle loro case è andato via via cambiando, facendoci assistere a diverse modalità di attacchi, legati da motivazioni religiose, in quanto il Califfato ha invocato i 'lupi solitari' ad immolarsi per la 'guerra santa'. Gli attacchi usati dai four fighters sono diversi, e vanno dallo sparare nel mucchio di persone scelte a caso, a far esplodere autobombe, o a farsi saltare in aria con atti estremi di kamikaze. La nuova 'frontiera' jihadista, usata negli ultimi attacchi però è diversa. Si è passati al rubare, dirottare o affittare macchine e mezzi pesanti come un tir e lanciarli a tutta velocità tra la folla in una zona pedonale, tra mercatini e centri commerciali. Possiamo ricordare Nizza colpita il 14 luglio nella zona della Promenade des Anglais piena di gente per ricordare la presa della Bastiglia. Quella sera il tir guidato da Mohamed Lahouaiej-bouhlel uccise 86 persone e 50 rimasero ferite. 5 mesi più tardi, è stata la volta della 'strage di Berlino', legato dallo stesso iter e dalla matrice islamica, all'attacco di Nizza.

Un camion guidato da Anis Amri, ha travolto la folla che stava riempiendo il mercatino natalizio. Il bilancio dei morti è stato di 12 persone e 56 feriti. Il nuovo anno non è iniziato nei migliori dei modi per l'Europa. Dopo l'attacco nella metropolitana nel 2005, è toccata nuovamente a Londra essere colpita. Il 22 marzo 2017 un suv affittato e guidato da Khalid Masood, a tutta velocità si è lanciato sui pedoni che transitavano sui marciapiedi del ponte di Westminster, schiantandosi in seguito lungo le mura che circondano il Parlamento, facendo 5 morti e 50 feriti. L'ultima vittima, la donna che si è
buttata nel Tamigi è morta di recente per le ferite riportate, mentre il fidanzato se l'è cavata con lievi ferite.

Due giorni fa invece l'ultimo attacco terroristico, che ha visto un tir sfrecciare a tutta velocità in una zona a traffico pedonale di Stoccolma. In questo caso 4 le vittime, tra cui una bambina di 11 anni che tornava da scuola, mentre i feriti sono 10. Le autorità hanno già arrestato un 39enne uzbeko, con l'accusa di reato terroristico mediante omicidio, in quanto, sospettato di essere stato alla guida del camion. Inoltre la polizia con un blitz ha catturato 3 suoi complici a sud della capitale svedese. Intanto il L'opinione pubblica scossa per l'attacco alla Svezia, si è chiesta il motivo per il quale sia diventata un nuovo obiettivo jihadista, in quanto lo Stato scandinavo si è sempre dimostrato imparziale non belligerante, con un governo di centrodestra ma con una politica aperta all'immigrazione e forti valori di integrazione ben radicati, tipici della cultura scandinava. 

Il Vecchio Continente, si sta trovando così ad affrontare una guerra a cui non era preparato, venendo colpito con nuove tecniche, nella sua quotidianità e non sapendo quando e dove il nemico 'colpirà'. Una crociata, lanciata dallo stato islamico contro tutto il ricco Occidente che per anni ha monopolizzato le sorti del Medioriente. In fondo è di qualche giorno fa il nuovo messaggio del portavoce dell'Isis Abu Hassan al-mujahideen in cui ha invitato i militanti e simpatizzanti a colpire ovunque in Europa.

L'opinione: Gli attacchi in Siria, la responsabilità e l'impossibilità di guardare altrove

(Foto ANSA)

di BEATRICE GALLUZZO - La guerra, la lotta tra fazioni, i combattimenti, le crudeltà, i morti ammazzati esistono da sempre, seppure cambino le cause e gli ideali. La guerra moderna però, e concedetemi l'utilizzo del termine "moderno" che è connotato da una certa vaghezza di fondo, diciamo dagli anni '60 in poi, è diversa per un particolare essenziale. Differisce nel fatto che ci arriva direttamente dentro casa, quasi come potesse comprimersi e viaggiare migliaia di chilometri infilata nei cavi elettrici, e allora accendiamo il televisore o il computer ed esclamiamo:- "Ah guarda, la Guerra." Non abbiamo più il privilegio di voltarci dall'altra parte.

Ed in queste ore nelle nostre case è entrata la Siria del 4 e 5 aprile 2017, dopo che Khan Sheikhun, città a nord-ovest di Idlib, è stata oggetto di un attacco chimico che ha portato a centinaia di feriti e a un bilancio provvisorio di 74 morti. Conseguentemente, si sono verificati una serie di bombardamenti sugli ospedali in cui erano ricoverate le numerose vittime. Gli attacchi con armi chimiche sono state vietate dalla comunità internazionale perchè si è tentato di mettere delle regole minime di dignità da seguire anche nel più sanguinoso dei conflitti. Che dei civili innocenti, tra cui figurano anche circa 20 bambini, come testimoniano i Reports e le foto che abbiamo visto in queste ore, possano passare delle sofferenze tanto atroci, inutili e arbitrarie, è evidentemente qualcosa che trascende qualunque definizione data, almeno dal 1948 ad oggi, di dignità umana.

Non che nel corso del conflitto siriano sia la prima volta in cui sono state impiegate le armi chimiche. A Damasco il 21 agosto 2013 un attacco con il gas sarin (probabilmente lo stesso utilizzato anche ieri) aveva portato a un tragico bilancio di 1400 vittime. Secondo il Report di Human Rights Watch, alla luce delle prove raccolte nel corso di una lunga indagine, il responsabile era il regime di Assad. L'amica Russia aveva posto il veto sulle sanzioni delle Nazioni Unite contro Damasco e spinto il governo a cedere alla richiesta di consegnare all'OPEC il suo arsenale chimico, il quale era stato distrutto.

Adesso compiamo un salto temporale, ritorniamo al presente. Ci siamo indignati, allibiti, arrabbiati. Dopo l'emozione riaffiora la razionalità, e da lucidi ci troviamo di fronte a numerosi interrogativi, ma i più pressanti di tutti girano intorno a un unica parola si sei sillabe: Responsabilità. Perché è in corso una partita di ping pong internazionale: Damasco e Mosca dicono che è stato condotto un raid aereo dalle forze siriane sì, ma che ha colpito un deposito di armamenti chimici che invece appartiene ai ribelli; Washington, ha risposto prima col silenzio, poi ha diviso le responsabilità dell'attacco a metà, il 50% al Regime di Bashar Al Assad e l'altro 50% alla precedente amministrazione Obama, rea di essere stata in passato troppo debole nel reagire alla situazione siriana dopo gli eventi del 21 agosto 2013. Che poi, come riporta il Guardian, con un tweet del 5 settembre 2013 in realtà Trump intimava all'allora Presidente di non attaccare assolutamente la Siria per evitarne le conseguenze, è un altro discorso. 
 
(Foto REPUBBLICA)

In ogni caso, oggi alle 16 (ora italiana), sotto l'impulso di Francia, Gran Bretagna e USA, si riunirà il Consiglio di Sicurezza dell'ONU per condannare i vergognosi accadimenti di ieri e fare luce sulla vicenda, ricostruendo i fatti e attribuendo le varie responsabilità, che ricadono ipoteticamente anche sul governo di Damasco, il quale è comunque chiamato in causa per chiarire la sua posizione, che al momento non è certamente limpida. Per i Governi la questione ovviamente trascende la tragedia umana. Si parla anche di interessi geopolitici, di come muoversi sullo scacchiere internazionale rispettando i rapporti di forza, e tenendo conto delle dinamiche delle relazioni internazionali. Di essere, nei limiti del possibile, vincenti. Noialtri, non addetti ai lavori dei vertici politici invece, non possiamo far altro che fare un bilancio delle vittime.

Ce lo dice l'esperto: Mondo virtuale e chat, quando la tendenza può diventare dipendenza


di ANGELO LAPESA - Telegram, Whatsapp, Facebook sono solo alcuni nomi di programmi che consentono l’uso della chat, cioè un servizio di messaggistica istantanea che permette di comunicare con altri soggetti lontani dalla persona che scrive in quel momento.

Fioccano applicazioni per smartphone che permettono questa comoda possibilità, un modo pratico e veloce di comunicare anche con chi è dall’altra parte della città o del mondo.

Parliamo con amici che non sentiamo abitualmente, con parenti più o meno lontani, ma anche con estranei. La caratteristica di queste chat infatti è la possibilità di unire magicamente gente che di persona non si conosce direttamente, così possiamo contattare con un semplice gesto australiani, americani o argentini che mai e poi mai avremmo potuto incontrare senza tale “ponte virtuale”. Chiaro che poi ciò che affascina è intrinsecamente l’opportunità di scrivere e conoscere queste persone perché effettivamente che cosa abbiamo da condividere con gente che vive in Nuova Zelanda o in Brasile non si sa.

Eppure questo avviene ed è la magia del mondo virtuale e della chat: ma cosa c’è dietro questa tendenza che prende, rapisce e crea addirittura dipendenza?
Diciamolo subito: che sia il riflesso del progresso tecnologico è una verità solo parziale. Sacrosanta ma parziale.

Ciò che affascina del mondo della chat è la modalità di comunicazione. Si tratta di una videoscrittura di segni e parole, che rende quindi immediatamente disponibile e visibile il discorso. Verba volant e scripta manent dicevano i latini, in realtà con la chat queste non solo manent ma rimangono come tracce evidenti delle parole digitate; oltre all’udito si attiva anche la vista, che è il senso preponderante per l’uomo. Il virtuale cancella l’aleatorio delle parole e le fissa su una struttura permanente (lo schermo di un pc o la maggior parte delle volte dello smartphone).

Altro fattore importante è la struttura e la natura della comunicazione. In chat si è distanti, non si è nello stesso luogo fisico: ci si parla presupponendo che l’altro sia vicino allo schermo e che risponda in tempi ragionevoli. Ma non è così, in realtà ognuno chatta e può fare altro contemporaneamente (dal vedere la tv al guidare un automobile), ma in pratica risponde come, quando o quando vuole e può. E’ una “comodità” enorme, come se davanti ad un interlocutore reale potessimo gestire i tempi di come e quando rispondere. La chat rende possibile la padronanza completa delle modalità di risposta, un utopistico controllo della comunicazione.

Non solo: i servizi di messaggistica istantanea si basano su un “botta e risposta” fra due utenti, in cui ad una frase di uno segue una frase dell’altro, e così via all’infinito. Le parole dell’uno forniscono uno stimolo per la risposta dell’altro ed a sua volta la risposta dell’altro è uno stimolo a proseguire per il primo. Tutta una sequenza di repliche e controrepliche su argomenti tra i più disparati. Ognuno è “in attesa” che l’altro dica qualcosa e solo quando vede che l’altro partecipa continua a sua volta ad interagire.

Un trionfo di attesa e passività, una continua partita a ping pong, in cui uno dice ping solo se l’altro dice pong. E’ infatti un paradosso che si crea in chat: ognuno crede di costruire qualcosa, invece è tutto frutto di un atteggiamento attendistico che si adegua e si adagia al comportamento dell’altro.
Poi si può parlare di qualunque cosa, si possono affrontare tutti i contenuti possibili, ma lo schema comunicativo rimane sempre lo stesso.

Quando l’altro risponde si allevia “l'ansia dell’attesa”, e così via all’infinito. Il fatto che l’altro abbia risposto induce chi scrive ad avere conferma della validità dell’interazione ed a sua volta questi alimenterà nuovamente il discorso. Ogni turno della conversazione in chi scrive ed in chi attende la risposta crea un riverbero emozionale, per cui si finisce per investire dal punto di vista emotivo sulla chat e su chi ovviamente digita dietro la tastiera.

La messaggistica istantanea quindi appare comoda, pratica, veloce, inoltre veicola emozioni ed abbatte le distanze (o per meglio dire illude che le barriere geografiche scompaiano magicamente).
Permette di gestire tempi e modalità di comunicazione, rende tangibili le parole, garantisce inoltre un senso di protezione intima perché si rimane sempre e comunque nascosti dietro i tasti. Che dite, ne abbiamo abbastanza per conquistarci?

Messina: lei lo lascia e lui le da fuoco - La parola all'esperto

(ANSA) 

del Dott. Angelo Lapesa - A Messina si è consumato l’ennesimo episodio di violenza “di coppia”, in cui un ragazzo ha cosparso di benzina la propria ex e le ha dato fuoco, provocandole ustioni su tutto il corpo.

I due si erano lasciati da poco ma lui non aveva preso bene la fine della relazione, anzi implorava la ragazza di tornare assieme, con telefonate continue e persino con minacce. Fino al folle gesto dell’aggressione.

L’episodio si presta a numerose considerazioni, nessuna delle quali tuttavia ha la pretesa di fornire un giudizio sull’accaduto o di effettuare una diagnosi del soggetto in questione. Né tantomeno si vuole dare una spiegazione a priori del gesto e neanche si vuole entrare nel merito se effettivamente sia stato il ragazzo a deturpare la sua ex (visto che la ragazza sembra stia sostenendo che il colpevole non è il soggetto in questione).

Innanzitutto si tratta di un atto violento ed aggressivo. L’aggressività  fa parte del comportamento umano come componente fondamentale, anche se chiaramente vanno fatte alcune distinzioni.

Un conto infatti è l’aggressività che si manifesta in situazioni che mettono a repentaglio l’incolumità o la vita stessa dell’aggressore: una sorta di “legittima difesa” che permette all’individuo di sopravvivere al pericolo, una reazione adattiva ambientale che risponde all’istinto di sopravvivenza umano. Uno stimolo esterno viene considerato potenzialmente minaccioso e pericoloso per la propria vita e l’aggressione serve solo ed esclusivamente per eliminare questo stimolo. Tanto che, una volta cessato questo, l’aggressività scompare.

Discorso ben diverso merita invece un’aggressione che ha come obiettivo specifico procurare danno e dolore a qualcuno; in questi casi tale comportamento non ha nulla di adattivo, non risponde ad una stimolazione esterna ambientale, non è funzionale all’eliminazione della situazione minacciosa. L’unico scopo sembra la distruttività e la volontà di ledere l’altro, ecco perché si parla anche di violenza.

Al di là della funzione dell’aggressività nell’uomo dal punto di vista filogenetico, alla base di un comportamento aggressivo c’è quasi sempre la frustrazione. Ciascuno di noi infatti quotidianamente si prefigge delle mete e  manifesta  bisogni particolari: qualora intervengano altre situazioni che impediscano il raggiungimento di tali obiettivi, o il non soddisfacimento di tali bisogni, ecco nascere un sentimento di frustrazione, che provoca una stato di sofferenza psicologica che porta all’aggressività.

Occorre precisare che il tema trattato è stato oggetto di studio di numerose discipline, dalla psicologia alla sociologia, dall’antropologia alla scienze sociali. Ogni branca inoltre ha apportato al suo interno differenti teorie sull’argomento, tutte ugualmente valide.
Le mie considerazioni quindi sono frutto di una disinteressata riflessione sull’avvenimento e riprendono varie teorie psicologiche e psicoanalitiche.

Ostia, lascia figlio in auto per andare a giocare alle slot, arrestato un 34 enne - Parla l'esperto



del Dott. Angelo Lapesa - La vicenda accaduta ieri ad Ostia, che ha visto un uomo di 34 anni abbandonare il figlio in macchina per andare a giocare alle slot machine offre notevoli spunti di discussione, dal punto di vista psicologico e sociale.

Si tratta di un esempio lampante, nonché emblematico di quello che il DSM V (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) chiama “disturbo da gioco d’azzardo”.
Tale disturbo contempla un comportamento problematico prolungato e persistente riguardo il gioco d’azzardo e le scommesse di gioco,
per cui chi ne soffre gioca, scommette svariate quantità di denaro in maniera incontrollabile ed incontrollata. Tale attività arriva spesso a creare nella vita del soggetto una compromissione socio-lavorativa ed economica, per cui si riscontrano deterioramenti dei rapporti familiari, interpersonali e gravi inadempienze a livello lavorativo.

Si viene a creare una propria dipendenza dal gioco, per cui il soggetto, spinto da necessità ed impellenza, non riesce più a smettere di giocare importi di denaro sempre più cospicui.
Il padre che abbandona il figlio in auto esprime proprio il senso drammatico di tale diagnosi, per cui si arriva a tralasciare, trascurare e dimenticare gli affetti pur di garantirsi una puntata alle slot machines. Come dire che il Dio Denaro conta più dei sentimenti.

Alla base della scommessa vi è infatti un tentativo aleatorio di vincere  una somma di denaro, per cui si “punta X”  per “vincere Y”.  Si accetta di correre il rischio di perdere, animati dalla speranza di vittoria e di guadagno: inoltre è possibile decidere quanto si vuole puntare e quanto si vuole vincere. Si ha l’illusione quindi di calcolare le variabili del rischio, per cui alla fine vale sempre la pena rischiare. Chi gioca d’azzardo tratta il denaro come un oggetto, uno strumento, un fine, un obiettivo ultimo da perseguire. Il cosiddetto “ludopatico” pensa a come procurarsi ulteriormente somme da giocare e reinvestire; crede che giocare con maggior frequenza implichi una maggior probabilità di vincita, e se perde ritorna a giocare per rifarsi delle perdite. Ciò determina il vortice della dipendenza del gioco, croce e delizia per tutti gli scommettitori.

Ulteriore motivazione per chi gioca d’azzardo è la “gratuità” della vittoria, cioè un guadagno facile senza particolari sforzi. Chi lavora infatti porta a casa lo stipendio dietro una corrispettiva prestazione, cioè si impegna per arrivare ad un risultato e riceve un tot di denaro proporzionale all’impiego di energie profuso.

La scommessa in realtà capovolge questo paradigma e propone vincite più o meno probabili che non necessitano un impegno particolare in cambio: si rischia di vincere tanto ma senza alcuno sforzo. Il denaro viene quindi percepito a portata di mano, immediato e facile; a parte l’alea connaturata alla scommessa l’unico rischio che si corre è vincere. Quindi è un rischio che si corre molto volentieri, con maggior frequenza ed impiegando somme sempre maggiori di soldi.

Il denaro tanto e subito costituisce un richiamo per molti soggetti, specie per chi per esempio versa in condizioni economiche difficili, per cui tentare la fortuna conviene sempre. In un periodo di crisi lavorativa, dove molti faticano a trovare un impiego decente, il gioco d’azzardo costituisce una risoluzione immediata e magica dei problemi economici.

E’ d’obbligo ricordare comunque che si sta trattando di un vero e proprio disturbo psichiatrico, spesso comorbile con disturbi depressivi, disturbi di personalità e da uso di sostanze.


Sarebbe quindi assolutamente riduttivo ed errato far dipendere tale diagnosi dal tentativo di migliorare la propria situazione economica. La vincita probabile e facile è solo uno dei meccanismi che alimentano questo disturbo, che ha alla base fattori temperamentali, genetici e fisiologici che meriterebbero una disamina a parte.

Insegue compagna sino in caserma: arrestato stalker

ROMA. Ancora un caso di stalking nella capitale. Un cittadino romano di 31 anni, incensurato, e' stato arrestato dai Carabinieri della Stazione Roma IV Miglio con l'accusa di atti persecutori. L'uomo, ieri sera, in un appartamento di via Galloro, a IV Miglio, al culmine di un litigio con la compagna, una 27enne romana, con la quale conviveva da dieci mesi, l'ha aggredita, minacciandola e strattonandola violentemente. La donna impaurita e' fuggita via, correndo direttamente nella vicina caserma dei Carabinieri per denunciare l'accaduto.
Lo stalker, non contento, l'ha inseguita fino all'interno della caserma, tentando di impedirgli di denunciarlo e continuando ad inveire contro di lei e a minacciarla.
Immediatamente arrestato dai militari dell'Arma, il 31enne e' stato trattenuto in caserma in attesa del rito direttissimo.

Decreto femminicidio, sociologia da salotto?

di Antonio Negro - Si fa un gran parlare, in questi giorni, del decreto sul femminicidio, e della fretta di approvarlo, tanto che la Presidente Laura Boldrini vuole anticipare la riapertura della Camera per la sua approvazione definitiva.

Vi è stato un gran parlare nei giorni scorsi in Provincia di Lecce per via del fatto di cronaca legato a questo tema, l'omicidio-suicidio della coppia di Taurisano.

Ciò che fa riflettere è il fatto che a caldo, a funerali non ancora terminati, tutti si sono sentiti in dovere di intervenire per proporre interventi e soluzioni a seconda dei punti di vista, mentre a freddo e con più raziocinio, il dibattito si spegne e nessuno offre qualche spunto di discussione, specie gli addetti ai lavori.

E' l'eterno modello italiano, quello di lavorare sulla base dell'emotività  del momento, sull'emergenza continua, in un Paese che non riesce ad andare a regime come tutti i paesi civili avanzati.

Nell'emergenza continua tutti sanno di tutto e si finisce col partorire leggi frettolose che danno più poteri alle Forze dell'Ordine e alla Magistratura, trascurando l'elemento di fondo che è quello socio-culturale in cui la formazione, l'informazione e i servizi assistenziali devono avere un ruolo determinante e fondamentale, perché la parità dei generi si possa raggiungere quanto prima a tutti i livelli, dal centro alle periferie.

Nella nostra terribile vicenda salentina abbiamo assistito alle esternazioni del Presidente dell'Anm, Roberto Tanisi, che ha fatto notare l'impreparazione delle Forze dell'Ordine in questa materia al punto di invitare le vittime di violenza a rivolgersi direttamente alla Magistratura; sul come fare però non ha dato indicazioni.

Per esempio, una donna di paesini lontani da Lecce, e quindi dalla Procura, specie dopo l'accorpamento delle sedi giudiziarie, che dovrebbe fare dopo essere stata pestata? Si mette in macchina, si fa 100 - 120 chilometri e più, tra andata e ritorno, arriva nella sala d'attesa e chiede che cosa? A chi? Tutto questo, ammesso che sappia come funziona una Procura!

Per ironia della sorte, il decreto sul femminicidio che si vuole approvare quanto prima, ha finito col dare ancora più poteri alla Polizia, proprio nel senso inverso a quello di cui sopra. Questi poteri, assieme ad altri conferiti alle Forze dell'Ordine (per esempio sulle armi, sui comizi elettorali in alcune aree del Mezzogiorno e su altro ancora) stanno insediando nel Paese uno stato di regime, subdolo e sottile, che solo gli addetti ai lavori e chi ne subisce le conseguenze riescono a percepire.

Molte critiche vengono mosse al decreto, anche da parte di coloro che si sono battuti per la sua approvazione: movimenti, singoli esperti, giuristi. Non convince il punto in cui si prevede che la vittima, di violenza o di stalking, non possa ritirare la denuncia, venendo così a ledere un chiaro principio di libertà personale; come pure, suscita serie perplessità il fatto di dare troppa importanza alle denunce anonime. Già questo aspetto, dell'anonimato della denuncia, tipico di modelli di società mafiosi o simil-mafiosi, meriterebbe una discussione e un approfondimento tutto particolare, in riferimento alla facilità con cui si ricorre alla delazione nel nostro sistema di vita, per invidia, per vendetta, per mero dispetto, e anche per un malcelato senso di giustizia fai date: a me si e a lui no?  Senza tacere la contraddizione del nostro codice che si serve della segnalazione anonima, ma non la ammette come prova al processo.

Il punto relativo alla flagranza di reato è oggetto di critiche da parte di tutti: non si capisce come le Forze dell'Ordine possano essere presenti al momento della violenza, specie quella familiare. A meno che non si appostino dietro l'uscio e appena sentono qualcosa bussino alla porta; così come succede con la scusa di armi e droga, magari violando il domicilio, e come spesso fanno addirittura anche per le armi regolarmente denunciate, senza mandato del giudice.

Il decreto non è solo oggetto di critiche per gli articoli contestati, ma anche per ciò che non viene previsto: le modalità e gli strumenti con cui raggiungere adeguati livelli di formazione, di informazione e di intervento ai vari livelli istituzionali: scuola, cultura, centri socio-assistenziali, formazione professionale degli addetti ai lavori, comprese le stesse Forze dell'Ordine.

Questi processi passano anche attraverso la riforma delle Forze di Polizia: l'Italia è il Paese delle cento polizie, che spesso lavorano in concorrenza tra loro, con doppioni sul lavoro a danno del risultato, quando sarebbe necessario e sufficiente avere una sola Polizia, con le varie specializzazioni come in tutti i Paesi europei, e non solo europei.

Per quanto riguarda il tema specifico occorre dotare le varie sedi di Polizia, soprattutto nelle periferie, di personale femminile, perché la maggior parte delle vittime di stalking sono donne che subiscono il modello maschile di società, sia in famiglia che fuori, e si rifiutano di andare nelle caserme a denunciare la violenza subìta, perché in quegli uffici trovano lo stesso modello maschile di cui sono vittime. La parità dei generi si conquista anche in questi settori, militari o simil militari, in cui si tarda ancora a dare gli spazi dovuti alle donne.

Se non si incide in questi termini non solo facciamo unicamente sociologia spicciola e da salotto, ma rafforziamo il regime di polizia che ci porta ad uno stato illiberale senza incidere minimamente sui risultati che vogliamo ottenere.

La repressione da sola, infatti, non ha mai portato vantaggi alla società; tanto meno su questioni così delicate e importanti come la parità di genere, l'uguaglianza e il convivere sociale.

Quanti sono i dialetti italiani?


di Vittorio Polito - Per i leghisti che ipotizzano giornali o telegiornali bilingue (italiano e dialetto), o insegnamenti scolastici di dialetto e per tutti coloro che ritengono semplice l’insegnamento dei dialetti a scuola, è bene sapere che il progetto non è assolutamente realizzabile, considerando che ai vari dialetti segnati, vanno aggiunti tutte quelle altre parlate che le compongono. Per cui coloro che hanno di queste velleità sono invitati a leggere l’elenco di massima di quanti sono i dialetti in Italia, ai quali vanno aggiunte le altre migliaia di parlate presenti all’interno dei dialetti, impossibile ad essere incluse nell’elenco che segue (ripreso da internet).
Quanto sopra non vuol dire eliminare i dialetti, come qualcuno erroneamente ha ipotizzato, ma dare la legittima dignità ed il giusto valore alle lingue e alle parlate dialettali italiane.
Per dar corso ai desiderata della Lega e di coloro che ritengono facile la risoluzione del problema, invito lettori e dissidenti, a conteggiare il numero degli insegnanti necessari e disposti ad imparare ed insegnare i dialetti, tenendo conto che i docenti non potranno essere trasferiti in altre città o paesi, poiché dovrebbero nuovamente imparare altri dialetti. C’è qualcuno che può dire quanti dialetti una persona può imparare ed è disponibile a farlo? E poi gli alunni dovrebbero essere anch’essi tutti della stessa località, diversamente il problema diventa ancor più ingarbugliato.


Gruppo gallo-italico
Piemonte
Lingua piemontese
dialetto astigiano, dialetto torinese, dialetto cuneese, dialetto vercellese, dialetto alessandrino, dialetto monferrino, dialetto langarolo, dialetto valse siano, dialetto biellese, dialetto canavesano
Lingua lombarda
Dialetti lombardi occidentali o insubri, dialetto novarese dialetto ticinese, dialetto ossolano
Lingua ligure
dialetto ligure alpino, dialetto brigasco (comune di Briga Alta), dialetto ligure dell'Oltregiogo centrale
Liguria
Lingua ligure
dialetto ligure genovese, dialetto genovese, dialetto savonese, dialetto ligure orientale
dialetto spezzino, dialetto ligure centro-occidentale, dialetto finalese, dialetto ligure occidentale, dialetto intemelio (varietà liguri della provincia di Imperia), dialetto ligure alpino, dialetto brigasco (alcune frazioni del comune di Triora), dialetto roiasco (comune di Olivetta San Michele).
Nota: i dialetti dell'Oltregiogo occidentale (bormidese, sassellese e orbasco) presentano caratteri di transizione con la lingua piemontese.
Francia
Lingua ligure
dialetto ligure occidentale; dialetto intemedio, dialetto ligure alpino, dialetto brigasco,
dialetto ligure coloniale, dialetto bonifacino (in Corsica)
Principato di Monaco [modifica]
Lingua ligure
dialetto ligure occidentale, dialetto monegasco
Lombardia
Lingua lombarda
Dialetti lombardi occidentali o insubri
dialetto milanese, dialetto monzese, dialetto brianzolo, dialetto bustocco, dialetto legnanese, dialetto varesotto, dialetto sangiorgese, dialetto ticinese, dialetto comasco
dialetto lecchese, dialetto valtellinese, dialetto lodigiano, spasell (in realtà una parlata gergale).
Dialetti lombardi orientali
dialetto bergamasco, dialetto bresciano, dialetti camuni, dialetto cremasco, gaì (in realtà una parlata gergale).
Dialetti lombardi meridionali (di transizione verso l'emiliano-romagnolo)
dialetto mantovano, dialetto cremonese
Lingua emiliano-romagnola
dialetto pavese (anche noto come pavese-vogherese)
Canton Ticino [modifica]
Lingua lombarda
Dialetti lombardi occidentali o insubri
dialetto ticinese
Trentino-Alto Adige [modifica]
Lingua lombarda
Dialetti lombardi orientali
dialetto trentino occidentale
Emilia-Romagna [modifica]
Lingua emiliano-romagnola
Dialetti emiliani
dialetto piacentino, dialetto parmigiano, dialetto reggiano, dialetto modenese, dialetto bolognese, dialetto ferrarese, dialetto carrarese (anche se la provincia di Massa-Carrara è in Toscana)
Dialetti romagnoli
dialetto ravennate, dialetto forlivese, dialetto cesenate, dialetto riminese
Lingua ligure
dialetto ligure dell'Oltregiogo orientale
Repubblica di San Marino
Lingua emiliano-romagnola
Dialetti romagnoli
dialetto sammarinese
Marche
Lingua emiliano-romagnola
Dialetti romagnoli
dialetto pesarese/fanese, dialetto monte feltrino, dialetto altometaurense
Toscana
Lingua emiliano-romagnola
Dialetti emiliani
dialetto carrarese e della Lunigiana
Sardegna [modifica]
Lingua ligure
dialetto ligure coloniale, dialetto tabarchino
Sicilia [modifica]
Dialetti galloitalici
Gruppo linguistico veneto
Veneto [modifica]
Lingua veneta
dialetto veneto centrale, dialetto veneto lagunare, dialetto chioggiotto, dialetto veneto occidentale, dialetto veronese, dialetto veneto centro-settentrionale, dialetto trevigiano, dialetto coneglianese, dialetto sandonatese, dialetto veneto settentrionale
dialetto bellunese.
Trentino-Alto Adige [modifica]
Lingua veneta
dialetto veneto occidentale, dialetto trentino
Friuli-Venezia Giulia [modifica]
Lingua veneta
dialetto veneto orientale, dialetto triestino, dialetto muggesano, dialetto bisiaco,
dialetto veneto liventino, dialetto veneto-udinese (di transizione con la lingua friulana).
Istria (Slovenia e Croazia)
Lingua veneta
dialetto istroveneto, Lingua istriota, dialetto rovignese
Lazio
Lingua veneta
dialetto venetopontino
Varianti del dialetto toscano
Toscana
dialetto toscano, dialetti toscani settentrionali, dialetto fiorentino, dialetto pratese
dialetto pistoiese, dialetto pesciatino, dialetto lucchese, dialetto garfagnino, dialetto versiliese, dialetti toscani orientali, dialetto casentinese, dialetto altotiberino (varietà biturgense), dialetti toscani meridionali, dialetto aretino-chianaiolo, dialetto senese
dialetto grossetano, dialetti toscani occidentali, dialetto viareggino, dialetto pisano
dialetto livornese, dialetto còrso cismontano, (vedi oltre in Gruppo linguistico sardo-còrso).
Lazio
Dialetto romanesco
romanesco contemporaneo di Roma, romanesco contemporaneo di Latina.
Di grande importanza per la dialettologia italiana e, più in generale, per la linguistica romanza i dialetti di transizione tra la Toscana e l'Emilia (es: i dialetti dell'Alto Reno tra le province di Pistoia e di Bologna).
Gruppo dei dialetti centrali
Umbria
dialetti umbri, area centro e sud-orientale: dialetto fulginate, dialetto spoletino, dialetto nursino, area nord-occidentale: dialetto perugino e del Trasimeno, dialetto eugubino, dialetti altotiberini (varietà tifernate e umbertidese), area sud-occidentale:
dialetto ternano, dialetto orvietano
Marche
dialetti marchigiani, dialetto anconitano, dialetto osimano, dialetto maceratese-fermano-camerte, dialetto ascolano (di transizione con il dialetto abruzzese)
Lazio
gruppo laziale, dialetto romanesco, dialetto ciociaro, dialetti dei Castelli romani
dialetto albanense, dialetto ariccino, dialetto marinese, dialetto rocchigiano, dialetto velletrano, dialetto della Tuscia, dialetto bassanese, sottogruppo lepino-ausone (municipale), dialetto cisternese, dialetto corese, dialetto setino o sezzese, dialetto sonninese.
Abruzzo
dialetto abruzzese, gruppo sabino, dialetto aquilano, dialetto carseolano, dialetto tagliacozzano.
Gruppo dei dialetti meridionali intermedi
Lazio
dialetto campano settentrionale (sud pontino e basso frusinate)
Abruzzo
dialetto abruzzese, gruppo occidentale, dialetto marsicano, dialetto peligno, gruppo orientale-adriatico, dialetto ascolano, dialetto abruzzese adriatico (varianti Teramana, Pescarese-Pennese, Chietina occidentale, Chietina orientale, Lancianese e Vastese)
dialetti campani (nell'area di Castel di Sangro)
Molise
dialetti molisani abbruzzo-frentani (nell'area Termoli- Larino- Trivento)
dialetti molisani orientali (nell'area Bojano- Campobasso- Riccia
dialetti molisani occidentali (area Matese-Mainarde)
dialetti campani (nell'area di Venafro)
Campania
Lingua napoletana
dialetti campani, dialetto ischitano, dialetto lacchese-casamicciolese (Isola d'Ischia)
dialetto foriano (Ischia), dialetto panzese (Ischia), dialetto serrarese (Ischia), dialetto campagnanese (Ischia), dialetto baranese (Ischia), dialetto salernitano, dialetto cilentano
Basilicata
dialetti lucani, dialetto materano, dialetto potentino, dialetto meta pontino.
Calabria
dialetti lucani, dialetti calabresi, dialetto cosentino
Puglia
dialetto pugliese, dialetto dauno, dialetto foggiano-garganico, dialetto barese, dialetto tarantino.
Gruppo dei dialetti meridionali estremi
Puglia
Lingua siciliana (o calabro-sicula)
dialetti salentini, dialetto leccese, dialetto brindisino, dialetto gallipolino.
Calabria
Lingua siciliana (o calabro-sicula)
dialetti calabresi, dialetto reggino, dialetto calabrese centrale
Sicilia
Lingua siciliana (o calabro-sicula)
dialetto siciliano occidentale, dialetto siciliano centrale-occidentale, dialetto siciliano metafonetico centrale, dialetto siciliano metafonetico sudorientale, dialetto siciliano non metafonetico orientale, dialetto messinese, dialetto delle Isole Eolie, dialetto pantesco, dialetti galloitalici.
Gruppo linguistico còrso
Sardegna
Lingua còrsa
Lingua gallurese
Lingua sassarese
(di origine incerta pisano-còrso-ligure e di transizione col sardo logudorese)
Corsica
Lingua còrsa, còrso cismontano, còrso oltramontano
Minoranze linguistiche riconosciute (Legge 482/1999)
Lingua albanese
Circa cento comuni sparsi nel Sud Italia (si veda Arbëreshë)
Lingua catalana
Alghero
Lingua greca
Parlata in alcuni comuni in Puglia e Calabria (si veda Grecìa Salentina, Greco di Calabria e Isola linguistica greca)
Lingua slovena
Parlata nella fascia confinaria orientale del Friuli-Venezia Giulia
(si veda Diffusione dello sloveno in Italia)
Lingua croata
Si veda Dialetto croato molisano
Lingua francese
Parlata in Valle d'Aosta
Lingua francoprovenzale
Parlata in Valle d'Aosta, alcune valli del Piemonte, Celle di San Vito e Faeto in Puglia
(si veda Minoranza francoprovenzale in Puglia)
Lingua occitana
Parlata nelle Valli occitane del Piemonte e nel comune di Guardia Piemontese in Calabria
Lingua tedesca e affini
dialetto sudtirolese in quasi tutto l'Alto Adige, bavaro-carinziani di Sauris, Timau, Sappada e Val Canale, Cimbri dell'Altopiano dei sette comuni, Lessinia, Folgaria, Lavarone, Cansiglio e Luserna, mòcheni del Trentino, walser della Valle d'Aosta

25 aprile, una festività su cui meditare

di Nicola Zuccaro - "Ci troviamo qui per ricordare chi versò il sangue per un'Italia libera e democratica di cui oggi traiamo i frutti". In apertura dell'omelia inserita nella S.Messa commemorativa per i militari italiani deceduti durante la II Guerra Mondiale (1940-1945), mons.Sabino Scarcelli ha rimarcato l'importanza del 25 Aprile 1945.

Non è un atto formale, è qualcosa di più. E' un doveroso ricordo per chi sacrificò la sua vita. E' in questa ulteriore sottolineatura dell'assistente spirituale del Comando della Terza Regione Aerea che, unitamente agli altri momenti toccanti della cerimonia svoltasi presso il Sacrario dei Caduti d'Oltremare quali il commovente discorso di Giorgio Salamanna e la lettura delle lettere dei Condannati della Resistenza, ridà la giusta dignità storica ad una ricorrenza civile scavalcata, anche il 25 Aprile 2013, dall'esodo per le gite fuori porta.

"Rodotà? Autorevole ma non adatto al Quirinale"

(Foto: la politologa Sabrina Sergi)
di Francesco Greco.
ROMA - Otto i punti di Berlusconi, altrettanti quelli di Bersani, dieci quelli dei "saggi". Esperimenti sulla pelle di un Paese stremato, che teme la "sindrome greca". E' una fase di transizione difficile, complessa, barocca: a quasi due mesi dal voto, ancora nessuna fumata bianca per il governo. Aumenta la disoccupazione, ci declassano ogni giorno, suicidi di pensionati e imprenditori, mentre si "scopre" che le pensioni minime sono basse e che fra poco non ci saranno le risorse per la cassa integrazione.

   Intanto, dopo una notte da lunghi coltelli, cominciano le danze per il dopo-Napolitano. Vai con le nomination: Pd e Pdl su Marini, Grillo scherza: "Chi, Valeria?" E aggiunge: "E' un candidato che deve risolvere le cose di qualcuno...". Fra qualche minuto si vota: che Dio salvi l'Italia!

   Ne parliamo con Sabrina Sergi, giovane politologa emergente (ha pubblicato un saggio su Mani Pulite Story).
Domanda: Dottoressa Sergi, perché Pd e Pdl, che pure hanno governato col governo tecnico, non riescono a legittimarsi e responsabilizzarsi rispetto a un Paese alla deriva? 
Risposta: "Il difetto di responsabilizzazione e di legittimazione è insito nella natura dei due partiti, ma anche nella loro storia sin dalle origini. La dialettica di entrambi si è sempre basata su una demonizzazione bipartisan dell'avversario: a destra attraverso l'anticomunismo e a sinistra attraverso l'antiberlusconismo. Un accordo nella situazione attuale potrebbe portare a un'emorragia di voti da entrambe le parti, che confluirebbero in un soggetto che si propone come una terza via, ossia il M5S. Il loro appoggio al governo tecnico, non politico, di Monti, è stato acritico, senza cioè alcuna responsabilizzazione né fra di loro né per le misure antipopolari adottate".
D. Il M5S non legittima né l'uno né l'altro: circa 9 milioni di voti al vento; il voto anticipato è la sola opzione possibile dopo la successione a Napolitano?
R. "Il M5S non legittima nessuno dei due perché è consapevole di aver raccolto sostanzialmente un voto di protesta che, in quanto tale, deve rimanere puro e senza macchia. Il voto anticipato è una delle opzioni più plausibili e logiche rispetto allo stallo attuale. Tuttavia bisogna attendere il risultato delle elezioni al Quirinale: potrebbero esserci degli accordi interni ai partiti tali da cambiare le carte in gioco per il futuro assetto governativo. Questo evento, se coronato dal successo di una forte personalità in grado di tenere le redini della situazione, potrebbe, nel migliore dei casi, portare ad un 'governo del Presidente', giustificato dalla situazione di necessità. In questo modo sarebbe possibile perlomeno cambiare la legge elettorale e tornare alle elezioni con una minima garanzia per una maggiore stabilità futura".
D. Il grillismo è un fenomeno duraturo o effimero?
R. "Molto probabilmente, come accaduto per il voto alla Lega nel 1992, il voto di protesta del M5S si può trasformare in elettorato piuttosto stabile, se non accresciuto. Tuttavia, il voto di protesta e il linguaggio quotidiano sono le uniche cose che accomunano la Lega del 1992 e il M5S in quanto, per quel che riguarda quest'ultimo, ci troviamo di fronte a qualcosa di nuovo e di molto più vasto. Indubbiamente la capacità di tale movimento consiste nell'aver saputo ponderare bene i fattori 'rete' e 'piazza', talmente da coinvolgere trasversalmente una vasta portata di cittadini di svariate età e classi sociali. Durante i comizi-spettacolo la partecipazione della società civile è stata sorprendente. Grillo è riuscito a riempire le piazze come pochi finora. Credo tuttavia che, a oggi, la prova del fuoco dell'istituzionalizzazione di questo movimento nato tra strada e internet sia molto ardua, in quanto è piuttosto logico che un comico non possa dettare la linea a un insieme di parlamentari che non hanno in comune delle credenze sedimentate, ma solo una volontà di cambiamento".
D. Lei ha capito cosa vuole Grillo?
R. "No, perché Grillo non si è mai espresso esplicitamente. I punti del suo programma sono frammentati e non rispondono a una logica organica. Vanno dall'abolizione di Equitalia a quella di rafforzare il welfare state. Il che rappresenta una chiara contraddizione se pensiamo che Equitalia è addetta alla riscossione dei tributi senza la quale non ci potrebbe essere nessun intervento pubblico per rafforzare lo stato sociale".
D. Gli analisti parlano di 3 minoranze: serve una riforma elettorale seria che dia stabilità: lei a quale pensa per archiviare il Porcellum?
R. "E' difficile pensare a una riforma adeguata alla situazione politica attuale che si presenta frammentata. Il Porcellum contribuisce a inflazionare questo caos. Tuttavia, un ritorno al Mattarellum (così il politologo Giovanni Sartori definì la precedente legge elettorale), non produrrebbe alcun vantaggio, anzi, complicherebbe le cose per la presenza della quota proporzionale, il cui riflesso sarebbe un'ulteriore frammentazione politica. Credo che occorre tornare a un sistema di votazione uninominale eliminando finalmente quello delle liste bloccate che ha permesso in questi anni di far salire al potere persone inette e incompetenti, impedendo la meritocrazia, favorendo l'investitura dall'alto delle segreterie di partito e ostacolando la democraticità del voto".
D. Il berlusconismo è finito? Cosa lascia nel Paese e nelle coscienze?
R. "Non credo sia finito né finirà con l'addio di Berlusconi. Se per berlusconismo intendiamo la personalizzazione della politica credo che a oggi questa sia stata avviata alla grande e ha intrapreso il percorso in modo autonomo. Per quel che riguarda l'idea di partito di 'nani e ballerine'", espressione coniata per il Psi di Craxi, Forza Italia prima e il Pdl poi ne sono la naturale prosecuzione. Per l'idea di corruzione che questo termine evoca, esso è semplicemente l'attualizzazione di ciò che negli anni precedenti è stata definita partitocrazia e poi Tangentopoli. Non si può però ignorare che nel Paese il Pdl conta ancora su un vasto numero di elettori, il che indica che questi atteggiamenti sono condivisi".
D. La sinistra però ha alimentato il berlusconismo, inciuciando su tutto: nemmeno il conflitto di interessi ha risolto... Condivide? 
R."Si. Eppure credo che in democrazia bisogna tener conto della base elettorale sulla quale ogni partito si regge. Il consenso è dato dagli individui che scelgono di essere rappresentati dagli eletti. Dunque penso che quando i partiti si fossilizzano su posizioni opposte, senza possibilità di compromesso che possa implicare l'idee dell'interesse nazionale, allora le tensioni parlamentari influenzano le tensioni interne alla società, creando fratture sociali che sfociano in instabilità politica e ingovernabilità. Talvolta però i partiti confondono l'interesse nazionale con quello particolare dei singoli rappresentanti".
D. Berlusconi teme di finire come a Piazzale Loreto, o come Craxi: è possibile?
R. "No, non credo che questo scenario sia molto realistico. Se si verificasse il Paese si troverebbe in una situazione difficile che potrebbe sfociare nella violenza. Berlusconi ha ancora molto consenso, il suo partito e il suo elettorato si reggono sulla sua figura di capo carismatico. Una fine da tragedia contribuirebbe solo ad alimentarne il mito, facendo cadere nell'oblio tutto il resto".
D. Intanto si profila l'ennesimo inciucio: Berlusconi minacciava di scendere in piazza se non gli davano il Quirinale, ora vota Marini del Pd per contrattarsi, pensano molti analisti e politici, il salvacondotto giudiziario...
R. " Credo che Berlusconi sia un uomo molto intelligente. Ha la capacità di adattarsi a tutte le situazioni, talmente da essere disposto a trattare con l'odiato avversario pur di ottenere una contropartita. Penso che una situazione ambigua come questa sarà comprensibile solo dopo l'elezione del nuovo Capo dello Stato".
D. Come vedeva la Gabanelli al Quirinale?
R "La stimo molto. Nel campo del giornalismo d'inchiesta penso sia una delle migliori e non solo a livello nazionale. Tuttavia non credo sia sufficiente a renderla adatta a una carica politica così importante, che spetta invece a una personalità che vanti una grande esperienza politica, che non si acquisisce nel mondo del giornalismo, ma anche delle Università e delle banche".
D. E come vede il giurista Rodotà? 
R. "E' un ottimo candidato considerata la sua attività, che lo rende autorevole e garante della Costituzione e della stabilità istituzionale. Credo però che nell'attuale crisi politica non sia l'uomo adatto a tenere le redini di un Parlamento instabile, teso e caotico, in quanto non mi pare sufficientemente carismatico".

Corsa al Colle, riecco 'Baffino'

Nicola Zuccaro. Sono ore febbrili quelle che segnano l'inizio di Mercoledì 17 Aprile 2013. Alla vigilia dell'inizio della prima votazione per il Capo dello Stato , nel tam tam dei candidati rispunta Massimo D'Alema. Da ex Presidente del Consiglio e da ex Ministro degli Esteri, "Baffino" potrebbe rispondere ai requisiti per il nuovo Presidente della Repubblica quali la lunga esperienza politico-parlamentare, il nutrito curriculum istituzionale che oltre agli incarichi precedentemente menzionati ha visto D'Alema presiedere il Copasir ossia il Comitato di vigilanza sui servizi di sicurezza della Repubblica.

La conoscenza della macchina governativa dello Stato unita al lungo corso di dirigente partitico di D'Alema rappresenterebbe la risposta al rebus su chi sarà il successore di Giorgio Napolitano.

L'elezione del leader maximo, come un tempo definito dalla stampa, potrebbe rappresentare la continuità dell'attuale Capo dello Stato anche in termini di formazione politica con identica matrice migliorista-togliattiana e, nello stesso tempo, una rivincita per Baffino dopo la mancata elezione al Colle più prestigioso d'Italia.

Francesco I, la Chiesa volta pagina?


Alex Nardelli. “Voi sapete che il Papa è vescovo di Roma, ma sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo”. Ha esordito così il nuovo Pontefice della Chiesa Cattolica, il cardinale argentino Jorge Mario Bergoglio, che si è presentato al mondo con il nome di Francesco I.

Francesco, un nome umile, che ricorda San Francesco Saverio, un gesuita che alle 3 principali tradizionali di povertà, castità e obbedienza aggiunse il quarto, l'obbedienza al Papa, un segno tangibile espresso immediatamente da Papa Bergoglio, il quale ha voluto pregare per l'Emerito Romano Benedetto XVI come a voler dimostrare che prima di tutto viene chi l'ha preceduto. Questo perché il duro cammino che deve portare all'unità della Chiesa Cattolica è stato battuto dapprima, e solcato poi definitivamente con le sue inaspettate dimissioni, da Joseph Ratzinger. E' questo il compito che avrà adesso Papa Francesco I, quello di continuare umilmente, da buon gesuita, a tracciare distintamente questa strada dell'Unità, difficile da percorrere, ma molto affascinante. Importante anche l'aver detto “Preghiamo sempre per noi, l’uno per l’altro, preghiamo per tutto il mondo, perchè ci sia una grande fratellanza”, a dimostrazione di quanto probabilmente Papa Bergoglio senta questa missione.

Ricordiamo che nello scorso conclave, quello che portò all'elezione di Papa Benedetto XVI, il cardinale argentino aveva la possibilità di superare Joseph Ratzinger e di diventare quindi Papa, però non se la sentì, supplicando i partecipanti al conclave di non votarlo. Ora che invece ha accettato di impegnarsi nel ministero petrino, sembra quasi che con le parole “Grande Fratellanza” e “Vescovo e Popolo”, voglia trovare nei fedeli la forza d'animo per iniziare e proseguire con sempre più rinnovato spirito il suo cammino. Un gesto importante quello di volersi quasi fondere spiritualmente con il suo Popolo, a dimostrazione che, come già detto prima, Papa Francesco I vuole continuare con umiltà, su una strada di unità, lastricata si da tante pietruzze, ma con la sicurezza che chi lo sosterrà, sarà pronto a raccogliere i sassi per costruire il muro della fedeltà a un Santo Padre che ha destato subito un'impressione di bontà e pacatezza. Infine il suo modo di vestire, una veste bianca, una semplice croce, quasi sicuramente di legno, appesa al collo, segno di un'umiltà che appartiene chi come Papa Bergoglio è gesuita, e che non può che essere un segnale tangibile di un voler voltare pagina per la Chiesa Cattolica.

"La Festa della donna? E' tutti i giorni"


Francesco Greco. L'8 marzo 1908 un gruppo di operaie di un’industria tessile di New York scioperò per protestare contro le terribili condizioni di lavoro. Lo sciopero proseguì per diverse giornate, ma fu proprio l'8 marzo che la proprietà dell'azienda bloccò le uscite impedendo così alle operaie di sortire. Un incendio ferì mortalmente 129 di loro (tra cui anche alcune italiane): donne che cercavano semplicemente di migliorare la propria qualità del lavoro e di vita.

E’ passato oltre un secolo e niente è cambiato. 28 febbraio 2013, Taranto: crolla un ponteggio all’Ilva, alle 5 della notte, in una cokeria e muore un operaio, Ciro Moccia, 42 anni, mentre Antonio Lidi, dipendente di una ditta appaltatrice, resta ferito.

   “Ogni giorno – esordisce Anna Colavita, psicologa, psicoterapeuta, analista transazionale - uomini e donne combattono, soffrono, lottano per i propri diritti e bisogni: credo pertanto che oggi, 8 marzo 2013, sia anacronistico continuare a mantenere in piedi il muro della separazione uomo-donna. Siamo esseri umani a prescindere dal sesso e la razza e  combattiamo una battaglia comune per i nostri diritti e bisogni”.
Aggiunge la professionista: “Nel mio studio (a Presicce, Lecce, viale Stazione, c/o Physion, t. 339-1425153, info sul sito www.annacolavita.it, n.d.r.) lavoro con le persone e insieme a loro costruisco l’alleanza che significa fiducia, sicurezza, accettazione. Lavoro sia con uomini che con donne. L’ esperienza che costruisco insieme a queste persone mi dà una grande occasione: arricchire il mio punto di vista attraverso le esperienze degli altri. Lavoro, ripeto, con uomini, donne, bambini, omosessuali, bisex, adolescenti, categorie di genere che non utilizzo come etichette: di fronte a me c’è sempre una persona.  Siamo prima di tutto persone al di là del sesso e dell’età, dei gusti”.
   L’8 marzo (foto di Filomena Giorgino) è l’occasione giusta per riflettere su come si è evoluto, nel XXI secolo, l’epoca dell’hashtag i socialnetwork, delle piazze virtuali e del Grande Fratello, i talent-scout e il tablet il rapporto uomo-donna rispetto ai canoni tradizionali.


Domanda: Lei non vede una differenza tra uomini e donne?

Risposta: “Quando si incomincia un percorso di psicoterapia, c’è un momento importante che lo caratterizza: la definizione del contratto terapeutico con il quale si va a definire qual è l’obiettivo che la persona vuole raggiungere. Un contratto che viene stipulato spesso è il seguente: voglio imparare ad ascoltare e soddisfare i miei bisogni e sentirmi bene. Questo contratto viene richiesto in egual misura sia da uomini che da donne”.

D. E qual è la sua idea rispetto a questa diciamo così parità?

R. “Che a prescindere dal sesso abbiamo tutti lo stesso desiderio: affermarmi per quello che sono, accettarmi e sentirmi accettato per ciò che sono, riconoscermi il diritto di poter soddisfare i miei bisogni”.

D. Quindi i “nemici” delle donne non sono gli uomini, e viceversa?

R. “Esatto. Se continuiamo a farci la 'guerra' in casa tra marito e moglie, tra fidanzato e fidanzato, continuiamo a fare la guerra tra poveri. Se proprio vogliamo trovare un <nemico>, credo che siano i modelli culturali che ci hanno inculcato: le donne possono piangere, devono essere delle brave mogli, delle brave mamme e se il marito le tradisce devono perdonarlo. Gli uomini non possono piangere, però poi possono tradire. In una parola la diversità uomo-donna l’abbiamo costruita noi dando forza ai concetti e ai modelli culturali. Ma se puliamo il campo da preconcetti ci assomigliamo tanto nei desideri che nelle emozioni. Voglio dire è vero che il modello educativo prevede che ai maschietti sin da piccoli si debba insegnare a non piangere, ma questo non significa che gli uomini non sanno piangere, ma solo che hanno più difficoltà a manifestare le proprie emozioni.  Come quando si dice che il tradimento fatto da una donna è più grave di quello agito dall’uomo, e che le donne perdonano con più facilità. E’ difficile accettare di essere traditi, e tutti abbiamo difficoltà a perdonare, a prescindere dall’essere uomo o donna”.

D. Cosa pensa della festa dell’8 marzo?

R. “Credo sia una festa commerciale, in quel giorno i fiorai venderanno tante mimose e questo va bene per l’economia. Credo però che si sia perso di visto il significato che le donne dell’epoca hanno dato a questa ricorrenza: non dimenticare che non è giusto che le classi sociali più forti abusino del loro potere, e vedano le classi più deboli economicamente come degli oggetti intercambiali: quelle operaie avevano un nome, dei figli come hanno un nome tutte le persone che ogni giorno oggi muoiono sui cantieri”.

D. La sua analisi è un po’ politica, la sua azione terapeutica ne è influenzata?

R. “Riconoscere e sostenere le persone a ritrovare il diritto di poter esprimere e soddisfare i propri bisogni non è fare politica, ma nutrire un amore sincero verso il genere umano. La psicoterapia non è qualcosa di avulso dalla società. Quando faccio terapia non posso dimenticare che la persona che ho davanti è parte della società, che vive, costruisce e subisce la realtà nella quale è inserita”.

D. Appena sono entrato nel suo studio lei ha detto: per me ogni giorno è 8 marzo. Cosa voleva dire?

R. “Che la nostra festa va bene così, cioccolatini, fiori, mimose  sono un modo per esprimere affetto, amore, rispetto e omaggiare le donne, ma che non va fatto solo quel giorno. Le donne hanno il diritto di essere amate e amarsi, rispettate e di rispettarsi ogni giorno, sopratutto se non riescono a farlo e continuano a sopportare abusi, violenza psicologica. E’ il momento di dire basta. Imparare ad amarsi e a rispettarsi: e questo è un messaggio rivolto sia agli uomini che alle donne”.

Benedetto XVI lascia tra applausi e lacrime

Nicola Zuccaro. Sono da poco trascorse le 17.11 di Giovedì 28 Febbraio quando Benedetto XVI si congeda dai suoi più stretti collaboratori. Costoro, all'uscita del Pontefice dal Palazzo Apostolico, non tratterranno le lacrime per il commossi: fra tutti Padre Georg suo segretario personale.

Sarà una reazione che si estenderà a macchia d'olio da Piazza San Pietro sino a Castelgandolfo dove il Papa giungerà a distanza di circa 15 minuti a bordo dell'elicottero messo a disposizione dall'Aeronautica Militare.

Dal balcone dell'altro Palazzo apostolico, colui che dalle 20 sarà Papa Emerito, impartisce la sua ultima benedizione da successore di Pietro accompagnata da un discorso a braccio. Toccanti le sue ultime parole in pubblico: "Ora sono solo un Pellegrino all'ultima tappa del mio pellegrinaggio su questa terra".

Una frase che chiude questo pontificato nel segno dell'umiltà. Dopo l'apertura il 19 Aprile 2005 con "sono un umile operaio nella vigna del Signore", Benedetto XVI svela un lato sorprendente della sua figura ritenuta schiva sul piano della personalità e conservatrice per la sua visione della Chiesa. Di una chiesa che, come la barca di Pietro nel mare in tempesta, ha guidato per 7 anni, 9 mesi e 10 giorni.

Elezioni 2013: ma gli studenti Erasmus sono italiani?


di Francesco Greco
ROMA – Erasmus si, Erasmus no, Erasmus ni. Ma i 25mila studenti residenti, in questo momento, all’estero grazie alle borse di studio, sono italiani? E se lo sono, possono esercitare il loro diritto al voto sancito anche dalla Costituzione, oltre che dal buon senso? A parole tutti d’accordo, nei fatti meno. L’Italia è il Paese in cui l’ovvio va ribadito tutte le mattine, perché lo si mette in discussione per vivere sospesi in un perenne relativismo privo di certezze, con i piedi che galleggiano nel nulla cioraniano.

   La data del voto si avvicina e si allontana la chiarezza. 25mila persone sono figlie di un dio minore. Tutto il mondo, dove si vota da decenni per corrispondenza, via web, nelle ambasciate, nei consolati, ride dell’Italietta ferma, in materia, ancora all’età della pietra. La querelle non è di poco conto: visto come si sono messe le cose, quei voti potrebbero decidere il futuro politico del Paese. Qualche Spectre teme quegli studenti, il loro orientamento politico e vuole escluderli dalla consultazione elettorale del 24 e 25 febbraio? Intanto girano on line petizioni dove firma chi ancora ha la forza di scandalizzarsi.

   Materia, come si immagina, un sacco delicata e complessa. Ne parliamo con il prof. Antonio Negro, esperto di tematiche legate all’emigrazione: ha vissuto una vita a Zurigo dove ha fatto l’insegnante elementare e il sindacalista. E ha quindi una visuale, come definirla, europea.

Domanda: Professore, in materia di tecnica elettorale, e anche di diritti, stiamo facendo una figuraccia davanti agli occhi del mondo…

Risposta: “Dietro la battaglia per consentire agli studenti Erasmus di votare si nasconde la civiltà di un popolo che i giovani all’estero, e proprio perché all’estero, vedono e respirano democrazia, libertà e aria pulita, specie quella politica, hanno capito”.

D. All’improvviso ci scopriamo una democrazia fragile, senza una normativa elettorale adeguata, ancora ferma al feudalesimo… 

R. “La battaglia degli studenti all’estero è  solo l’inizio di una grande svolta di progresso per il futuro, quale deve essere il voto per corrispondenza per qualsiasi italiano elettore, dovunque e comunque si trovi al momento del voto”.

D. Siamo così in ritardo su questa strada?

R. “Il Presidente degli Usa Barack Obama ha votato una settimana prima del girono fissato per le elezioni, a novembre scorso. La moglie Michelle per corrispondenza. In Svizzera si vota via posta da decenni e il giorno delle elezioni, se uno deve fare una scampagnata, se ne può andare tranquillo poiché ha già imbucato il voto prima di partire”.

D. Siamo un popolo pieno di paure, di censori, di moralisti…

R. “Negli Usa i sondaggi sono pubblicati sino alle 10 e 30 del mattino delle elezioni. Subito dopo cominciano le prime proiezioni”.

D. Da noi, nel Sud, il giorno del voto se ne vedono di tutti i colori: i seggi sono presidiati da gente che limita la libertà  di espressione dei cittadini…

R. “Si respira un’aria pesante, minacciosa, con i bruti davanti alle scuole a fare la guardia ai seggi, a fulminare con lo sguardo l’elettore, non solo quando entra ma anche quando esce dall’aula, specie se i voti non tornano. Roba da manicomio, anzi, da Gestapo”.

Ratzinger, le sue dimissioni simbolo di modernità


Luigi Laguaragnella. Essere presenti nella storia, sentirsi coinvolti nelle pagine che le generazioni future andranno a studiare, prendere consapevolezza che la storia contemporanea, attuale, quotidiana, abbia ormai una sua conformazione e sebbene possano persistere delle incertezze, si può definire il Terzo Millennio ufficialmente iniziato. Ora tutte le sue vicende, le prossime generazioni dovranno ricordare, proprio come tutte le date di guerre, concordati ed eventi passati che i professori obbligavano ad imparare a memoria ai loro studenti. Ebbene i contemporanei, gli uomini e le donne di oggi, del "continuamente live", devono ricordare sicuramente l'11 febbraio 2013: come un'improvvisa pioggia in piena estate, papa Benedetto XVI Joseph Ratzinger ha annunciato al mondo le sue dimissioni da vescovo di Roma e vicario di Cristo.  Probabilmente da tempo meditate e annunciate proprio nel giorno in cui ricorre la Giornata Mondiale del Malato, quasi a giustificare le precarie condizioni fisiche che ostacolano la continuazione della sua missione pontificia.

Dal 28 febbraio non sarà più  papa. Qualcosa di assolutamente nuovo, che ha scosso l'opinione pubblica mondiale e la coscienza dei milioni di abitanti della terra. E' un fatto di indubbia portata globale e sopratutto storica e a nulla serve ridimensionarlo citando il precedente caso di Celestino V che lasciò il soglio pontifico; quella era un'altra epoca (il Medioevo) e altra mentalità di vita. Tantomeno può avere reale efficacia, andare alla ricerca di eventuali altri casi simili del passato solo per elencare il numero di papi che hanno compiuto lo stesso gesto del papa tedesco.
Benedetto XVI ha preso una decisione epocale, unica nei tempi odierni, in cui tutto è settorializzato e deve rispondere ad un rigoroso ordine, che spesso risponde ad un'esigenza raramente personale per favorire gli schemi che la società impone. Il papa ha frantumato quelle idee precomposte, aderendo al valore della libertà come uomo e come anima, rispettando le regole e le norme in pieno vigore. Il Codice di Diritto Canonico al canone 332, secondo paragrafo, infatti, pronuncia con queste parole: "Se accada che il Romano Pontefice rinunzi al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinunzia sia fatta liberamente e sia manifestata ritualmente, non dunque che sia accettata da uno qualsiasi".

Da parte dei cattolici preparati sulle norme e sulla tradizione della Chiesa sarebbe troppo semplice cogliere la scelta di Ratzinger come un "fatto normale, di semplice applicazione della legge", come anche tutti i fedeli non possono considerare la "ritirata" del papa come qualcosa di tragico per la Chiesa con relativi commenti di vittimismo in un mondo in cui "non c'è limite al peggio" che avrebbe visto il papa impotente; e ancora da parte dei detrattori e della gente che da sempre ha contestato il suo pontificato, può sembrare che la scelta di Benedetto XVI abbia dato ragione a tutte le loro critiche.
Ebbene no. Proprio il papa tedesco, quello che esponeva il suo pensiero per difendere la fede e il dogma, quello che non sembrasse all'avanguardia rispetto ai mutamenti della società contemporanea, quello che a molti sembrava soltanto un'istituzione chiusa in una tradizione antica lontana dallo stile di vita quotidiana, quello che veniva sbeffeggiato ironicamente da persone e movimenti associativi non vicini al cattolicesimo perchè secondo loro poco incline alle aperture nel dialogo sulle grandi questioni, proprio Ratzinger apparentemente fermo e ferreo nel riportare e rivalutare vecchie usanze della Chiesa come per esempio la messa in latino, proprio lui ha smentito tutti dimostrando di essere moderno, nel senso in cui questa parola è discussa dagli storici: moderno come aperto a nuovi cambiamenti, come fatto rivoluzionario, come inizio di una nuova epoca, come qualcosa che rompe con il passato. In questo senso la parola "moderno" ha più significato del termine "contemporaneo". E papa Ratzinger è moderno; qualcuno, oggi, modificando sillogismi direbbe rock. Le sue dimissioni hanno scosso tutti all'interno e all'esterno della Chiesa.
Le sue parole di lunedì 11 febbraio 2013 proclamate nel Concistoro in rigoroso latino e immediatamente tradotte in tutte le lingue del mondo con una tempestività tale da far risuscitare improvvisamente la "lingua morta" dell'età classica, sono lapidarie colme di spunti di riflessioni che stanno facendo dibattere tutta l'opinione pubblica. Dice: "Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non  sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che  questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le  parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi  mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato". Parla un uomo in età avanzata pienamente consapevole di non poter più riuscire a stare al passo dei mutamenti del pianeta, accetta il suo limite che sicuramente avrà affrontato, pregato per lungo tempo, con grande senso di responsabilità e coraggio ha rinunciato al più prestigioso incarico sulla Terra. Ed è inusuale, nella nostra cultura, abbandonare la poltrona o il "trono" su cui si è saliti. E umanamente è soltanto da ammirare.

Si può pensare che Benedetto XVI abbia deciso di abbandonare il soglio pontificio per le numerosi situazioni irrisolte o che tirano in ballo interessi "altri" della Chiesa, insinuando che il papa tedesco lasci perchè "dietro" il Vaticano si presume ci siano troppe questioni cui la Chiesa stessa non saprebbe rispondere soprattutto ai media. Si può credere ciò che si vuole, ma l'eloquenza delle dimissioni del papa incarnano la necessità di un mondo che da qualche parte deve ripartire per tornare a crescere, rappresentano un nuovo punto di partenza e di innovazione e in quanto tale, la sua dimissione, è difficile da accettare immediatamente da ogni punto di vista.

In occasione della Messa delle Ceneri, uscita pubblica successiva alle sue dichiarazioni dimissionarie, papa Ratzinger esprime tra le righe la necessità di intraprendere una nuova strada, di abbandonare le divisioni, di tagliare con atteggiamenti ostili e chiusi. "Penso in particolare alle colpe contro l’unità della Chiesa, alle divisioni nel corpo ecclesiale. Vivere la Quaresima in una più intensa ed evidente comunione ecclesiale, superando individualismi e rivalità, è un segno umile e prezioso per coloro che sono lontani dalla fede o indifferenti”. Sta per iniziare un periodo propizio per rimettersi sui binari di Cristo, in cui anche la Chiesa è chiamata a compiere passi decisivi verso un cambiamento reale verso la fede: "Molti sono pronti a 'stracciarsi le vesti' di fronte a scandali e ingiustizie, naturalmente commessi da altri, ma pochi sembrano disponibili ad agire sul proprio “cuore”, sulla propria coscienza e sulle proprie intenzioni, lasciando che il Signore trasformi, rinnovi e converta”. Ratzinger ha letteralmente agito sul cuore ed è tangibile quanto la sua scelta sia stata accompagnata dallo Spirito assumendosi delle radicali responsabilità. Da uomo moderno e libero.

Tutto quello che stanno scrivendo i giornali e stanno scovando tutti i mezzi di comunicazione possono rivelarsi fonti sicure e allo stesso tempo dubbie, confermando le parole del papa che afferma la "consapevolezza della gravità di questo atto".
Ora, infatti, non si conoscono assolutamente le prospettive di quello che sarà il futuro prossimo e non solo; in qualche modo la mancanza del papa rende l'umanità orfana di un punto di riferimento. Benedetto XVI orienta a guardare con maggior insistenza a Dio e alla sua presenza in coloro che credono. Ora più che mai ogni fedele è chiamato a mettere al centro della sua vita il Padre, considerandolo realmente operatore nelle scelte quotidiane. Quanto si è pienamente coscienti che Lui, a Lui e in alcuni casi, solo a Lui si può fare affidamento? E' Dio che lega tutti gli uomini e le loro scelte.

L'atto del papa, è inutile negarlo, ha spiazzato tutti. Qualcosa di assolutamente inaspettato. Lascia la maggior parte degli uomini disorientati. In fondo, nella visione comune Ratzinger è sempre stato ritenuto un uomo rigido, fermo nelle sue decisioni nel portare avanti la sua missione con indiscussa convinzione. Insomma un uomo estremamente determinato e sicuro e che dava sicurezza. Certo, ora le caratteristiche non sono cambiate, inoltre stando alle sue parole, l'ipotesi di una sua dimissione era già stata avanzata qualche anno nel libro-intervista "Luce del mondo" e si scrive, negli ultimi giorni, che anche i suoi predecessori Giovanni Paolo II e Paolo VI avevano pensato alla rinuncia del soglio pontificio con l'avanzare dell'età. E di conseguenza incominciano i paragoni, soprattutto con Giovanni Paolo II che è rimasto fedele al suo mandato fino alla morte nonostante la sofferenza, lasciando intendere che a Benedetto XVI sia mancato il coraggio di proseguire.

Il papa potrebbe aver preso la sua decisione di dimettersi per necessità concrete di una Chiesa che è nel mondo e per operare ha bisogno di anima e corpo degnamente attivi in un contesto in cui predomina la velocità, la visibilità, l'immediatezza e l'intraprendenza. E magari, proprio Ratzinger, che ha vissuto in primissima persona l'esperienza di papa Karol, potrebbe aver ritenuto opportuno per il bene della Chiesa dare un segno di cambiamento necessario e, probabilmente, obbligato per tutte le situazioni in cui il Pontefice è chiamato a rispondere. E' tempo di dare scosse e non provenendo da alcun uomo, movimento o istituzione, proprio la Chiesa, solitamente etichettata come la più arroccata, nella persona del papa, ha iniziato a muovere la realtà troppo ferma a parlare di crisi. Benedetto XVI ha parlato ed ha agito cambiando la maniera di intendere e di trovare un nuovo senso nella vita degli uomini.
Il suo gesto esorta l'umanità a riappropriarsi dei valori, a prendere le decisioni a qualsiasi livello politico, economico, lavorativo, sociale con una coscienza pura e uno spirito volto al bene. Troppo materialismo che porta come unico obiettivo la visibilità, troppe discussioni che puntano allo scandalo solo per prevalere sul fratello. Si tratta di elementi che stanno affossando una giusta coscienza critica, lo spazio della riflessione necessario come tappa nel cammino della vita, che obbligano ad affogare l'anima che si nutre del silenzio nel caos globale. Tutti si reputano capaci di criticare tutto e tutti, anzichè tendere al dialogo.

Dialogo che ha sempre auspicato Benedetto XVI. Da uomo di finissima sapienza teologica e filosofica, amante dell'arte, della musica, competente nei vari settori della società, studioso, probabilmente il papa è una delle personalità più apprezzate e da apprezzare del terzo millennio. Rimanendo saldo alla fede alla Chiesa ha aperto al dialogo, ha intrapreso viaggi che hanno avvicinato il mondo cattolico a quello islamico. Molte sue "uscite" hanno suscitato polemiche nei mass media perchè è una figura autorevole in ogni ambito. Si è esposto, ha espresso la sua posizione e quella della Chiesa senza paura, senza mai chiudere all'interlocutore.

Un Pontefice, quindi, che in totale libertà e del suo calibro, decide di dimettersi non propaga un senso di apertura mentale, non richiama ad un riavvicinamento all'Essenziale, tra tutte le situazioni della vita che affannano, stressano e le strutture che allontanano dal proprio io? Come ha detto in occasione del mercoledì delle ceneri: "Sono molto grato per la vostra preghiera. Anche se mi ritiro adesso in preghiera, sono sempre vicino a tutti voi e sono sicuro che voi lo sarete, anche se per il mondo rimango nascosto".
Negli anni in cui tutto viene fatto per la visibilità, per emergere, Ratzinger, spogliato delle vesti papali, tra qualche giorno, si ritirerà in preghiera, lontano dalle prime pagine dei giornali e dall'attenzione del mondo per pregare, dedicarsi alla riflessione, alla meditazione. Far viaggiare il pensiero, far parlare la fede per far tacere le voci esterne. Visto come va il mondo, forse è meglio rimanere nascosti e operare all'ombra delle luci e vedere la realtà attorno con più amore. Il papa, uomo moderno e da valori senza tempo, l'ha fatto e chiede altrettanto agli uomini: "Mentre mi accingo a concludere il Ministero Petrino chiedo un particolare ricordo nella preghiera". La Quaresima, appena cominciata, calza a pennello per rispondere alla sua esortazione e poi, per i cattolici non dovrebbe essere un grande sforzo.

Da Benedetto XVI, che incarna già una pagina di storia vivente, non si può far altro che imparare in coerenza, personalità, forza, sensibilità staccata dal potere. Seppur disorientati e commossi, ogni uomo di buona volontà, da oggi, ha la possibilità di continuare a scrivere questo libro di storia in cui indirettamente è coinvolto.