Intervista alla Presidente Ambasciatrice Rossana Rodà Rappresentante in Italia per United Towns Agency for North-South Cooperation Ecosoc (UN)
L'Ambasciatrice Rossana Rodà, rappresentante in Italia per United Towns Agency for North-South Cooperation Ecosoc (UN), si appresta a ricevere in Nigeria il prestigioso "Humanitarian Award", riconoscimento internazionale per il suo impegno a favore della pace e delle attività umanitarie. Un premio che conclude un intenso semestre di lavoro trascorso tra missioni internazionali, visite istituzionali e progetti di cooperazione, con particolare attenzione ai temi della formazione e dell'inclusione attraverso l'Agenzia "UTA", della quale è delegata per l'Italia.
Nell'intervista qui sotto, Rossana Rodà affronta uno dei temi più delicati dell'attualità: l'immigrazione. Un'analisi che parte dall'esperienza maturata sul campo e che invita a riflettere sulle cause profonde del fenomeno, sul ruolo delle istituzioni e sulla necessità di costruire percorsi di vera integrazione, senza generalizzazioni e senza strumentalizzazioni.
D. Presidente Ambasciatrice Rodà, buongiorno. A breve riceverà un prestigioso premio internazionale per la pace, l'Humanitarian Award, che le sarà consegnato in Nigeria per le sue attività umanitarie. Si chiuderà così il suo primo semestre di attività.
R. Sì, sono grata per questa candidatura e per la stima dimostratami. Ringrazio la Princess Abigail Amalaha e l'intera Commissione.
D. Lei è una presidente operativa: non resta chiusa in ufficio, ma viaggia, visita i territori e vive lunghi periodi all'estero. Cosa pensa sinceramente della situazione che, negli ultimi giorni, l'Italia e, più in generale, l'Europa stanno affrontando sul tema dell'immigrazione? Lei si occupa da anni di questi argomenti e ha strutturato progetti modello all'estero per la formazione con l'Agenzia "UTA", della quale è anche delegata in Italia.
R. L'immigrazione è un argomento delicato. Da anni si cercano strategie di inclusione, si combattono battaglie, si fanno propagande politiche e, purtroppo, anche speculazioni umanitarie. La nostra Agenzia ha dedicato commissioni di studio proprio per discutere il tema e trovare possibili soluzioni. Pensi a tutte le aziende europee che operano nel Nord Africa e nell'Africa centrale. Com'è possibile che, ancora oggi, dopo tanti investimenti nella formazione in loco, il "problema" non sia stato risolto? Come dice lei, ancora oggi se ne parla e, realmente, una soluzione non c'è. Non perché manchino gli strumenti: basti pensare ai fondi stanziati per la formazione e per l'accoglienza. A monte ci sono interessi economici, non certo umanitari. Questa è la realtà oggettiva. Dagli scafisti agli speculatori travestiti da finti buonisti. Pensi a tutti quei bambini e a tutte quelle donne che devono lasciare le loro case: è un trauma. Pensi alle donne che vengono violentate, alle madri, alle sorelle, alle figlie. Sono traumi per chi li subisce e anche per chi guarda impotente. Poi arrivano in Europa. Bene. Ci si occupa di loro offrendo assistenza medica, vestiti e cibo. E dopo? Dopo cosa succede? Qualcuno, con il tempo, si integra. Qualcun altro vaga per le strade. Qualcuno diventa manovalanza della delinquenza locale. Il resto è cronaca. Comprende? Quanti vengono assistiti psicologicamente? Quanti vengono istruiti e formati per diventare una risorsa per le imprese? Raccolgono pomodori? Bene. Ma come vengono pagati? Da voi giornalisti apprendiamo spesso che vengono sfruttati e umiliati. Quindi, di cosa stiamo parlando? E basta con il racconto che anche gli italiani sono stati sfruttati all'estero nel dopoguerra. Appunto: nel dopoguerra. Oggi viviamo in un'epoca diversa. Perché non chiediamo all'intelligenza artificiale una soluzione? Forse è più saggia di noi esseri umani. Poi c'è un'altra fascia di immigrati: i piccoli imprenditori e le seconde generazioni. Si sentono italiani, lo dicono. Ma quando viene colpito uno di loro, cosa succede? Si ribellano, manifestano, alzano i toni. È ciò che stiamo vedendo anche in questi giorni in Italia. La mia modesta opinione? Sinceramente? Vedo una grande disperazione umana. Parliamo di persone che perdono la dignità, che lasciano tutto, che rischiano la vita perché credono in un sogno: l'Europa. Disperazione perché molti ce l'hanno fatta, ma anziché sentirsi pienamente parte del Paese e della comunità che ha dato loro un'opportunità, continuano a sentirsi "diversi". È qui che vedo il fallimento di una vera integrazione. Non dimentichiamo, comunque, i cittadini stranieri che vivono e condividono progetti di vita nei Paesi europei e che arrivano persino a difendere lo Stato che li ha accolti, anche quando questo significa prendere le distanze dai propri connazionali. Sono cittadini modello, perfettamente integrati e in armonia con la società.
D. Ha mostrato una realtà nella sua interezza.
R. Bisogna essere sempre etici e obiettivi. Non esiste il buono o il cattivo in base alla nazionalità o al colore della pelle. Generalizzare non è corretto, perché esistono tante brave persone, tante famiglie che non solo sono cittadini esemplari dei Paesi europei, ma prestano anche volontariato e aiutano concretamente nelle associazioni. Noi abbiamo molti cooperanti stranieri perfettamente integrati che fanno del bene.
D. Sono stati fortunati?
R. Se li si aiuta realmente a costruire una nuova vita e non si fa speculazione sulla loro condizione, possono diventare una risorsa e non un "problema". Forse sì, chi ce l'ha fatta è stato anche fortunato, perché ha incontrato persone perbene e non sciacalli. Mi lasci con questo pensiero.
D. Grazie. Lei ha sempre una visione chiara e quella correttezza intellettuale che la contraddistingue.
