di Giuseppe Anzalone. Il secondo appuntamento con Italia Meteore vede protagonista non un calciatore qualsiasi, ma un vero e proprio Fenomeno. Uno che ha saputo dimostrare a tutto e tutti il suo valore. Molti di voi lo avranno visto in uno dei suoi innumerevoli spot in tv, altri lo conoscono per la sua campagna contro il razzismo, altri ancora perché hanno visto la sua faccia stampata, più e più volte, su copertine di famosissimi videogame. Ma tutta la sua fama e il suo successo nascono dal suo modo semplice di essere un grande, Thierry Henry: l’eleganza del calcio.
Eppure nella parabola, tutta ascendente, del fuoriclasse francese c’è una piccola parentesi negativa: una mezza stagione anonima e incolore passata nel nostro campionato.
Henry nasce in un piccolo sobborgo di Parigi, da genitori originari delle Piccole Antille Francesi. Come molte storie di calcio, il piccolo Thierry non nasce ricco, anzi, cresce in condizioni difficili e in mezzo a mille difficoltà. Questo non lo priva, però, della sua esuberanza e della gioia che prova nel correre dietro ad un pallone. Fin da piccolissimo impressiona per le sue doti tecniche ed è poco più che un adolescente quando viene accostato alle giovanili del Monaco. Nel ‘94, a 17 anni, già debutta in prima squadra, in Ligue1, fortemente voluto dal suo allenatore di allora, e di poi, Arsene Wenger. Il ragazzo è un talento puro, e si mette subito in luce assieme ad un altro giovane promettente, David Trezeguet, con il quale in quegli anni forma una coppia d’attacco inarrestabile. Il club, grazie al suo gioiellino conquista traguardi importanti, lo scudetto ‘97 e le semifinale di Champions nel ’98. Le buone prestazione messe in luce con la squadra del Principato gli valgono anche la chiamata in nazionale, per disputare il mondiale più atteso dai francesi, quello tra le mura di casa del 1998. La Francia vincerà il torneo, con un Henry capace di ritagliarsi spazi importanti.
Si capisce ben presto che non si tratta di un giocatore qualsiasi, ma di un vero e proprio astro nascente. La maglia del modesto Monaco inizia a stargli un po’stretta. Infatti, nel gennaio ’99, a stagione già in corso, voluto da Luciano Moggi, viene acquistato dalla Juventus, per l’importante cifra di 30 miliardi di lire.
Appena sbarca a Torino, per Henry sembra il massimo, giovanissimo approda in una delle squadre più forti d’Europa. Qui si ritrova, anche, come compagno un suo connazionale alquanto “bravino”, un certo Zidane. I presupposti per il salto di qualità sembrano quelli giusti.
Ma quella ‘98-‘99, purtroppo, è una stagione maledetta per i bianconeri. La squadra, infatti, arranca ed Henry, vittima anche di scelte tecniche controverse,spesso verrà utilizzato in ruoli a lui poco congeniali, non riuscendo ad esprimersi. Il suo talento non sboccia e i cattivi giudizi non tardano ad arrivare. Tutti parlano dell’ennesimo “bidone” rifilato a caro prezzo. Sembrava che fosse capitato nel posto giusto al momento giusto ma purtroppo si rivela l’esatto contrario. In mezzo a quella “bufera bianconera”, in cui la dirigenza e lo staff tecnico sono più impegnati a cercare di salvare la stagione, il suo valore non viene notato e i rapporti si incrinano. A fine campionato lo stesso Moggi, che lo aveva fortemente voluto, lo mette sul mercato.
Nell’estate del ’99, appena sei mesi dopo dal suo arrivo in Italia, Henry vola a Londra dove ad accoglierlo troverà nientemeno che il suo” padre calcistico”Arsene Wenger,diventato nel frattempo Manager dell’Arsenal.
Il tecnico conosce bene il calciatore, infondo lo ha visto crescere, sa che il ragazzo è un diamante grezzo che aspetta solo il suo momento. Si fida ciecamente e lo schiera titolare fin da subito. La scelta si rivela azzeccata e finalmente il talento esplode. Ben presto diventerà uno dei calciatori più forti di sempre, di una classe unica e cristallina. Vestirà la maglia dei Gunners per sette stagioni,vincendo di tutto e di più, diventando il giocatore simbolo della squadra. In segno di un legame inossidabile con i colori di questa maglia, gli verrà addirittura eretta una statua.
Nel 2007,dopo una conferenza stampa in lacrime,lascia il club Londinese e passa al Barcellona “stellare” di Pep Guardiola dove anche qui, per tre stagioni vincerà molto. Nel 2010, a trentatre anni, si trasferisce negli Stati Uniti, nei New York Red Bulls,dove milita attualmente, per regalare emozioni e prestazioni spettacolari anche al pubblico d’oltreoceano.
Calciatore dal Palmares invidiabile,nella sua carriera ha collezionato record su record. La sua parentesi italiana e la sua successiva e “frettolosa” cessione rappresenta uno dei più grandi abbagli per storia della nostra massima serie. Privarsi di un simile fuoriclasse, è stata una svista che fa male ancora oggi. Non si capirà mai il perché, ad uno come lui, non gli sia stata data un seconda chance. Gli interrogativi restano. Ma si sa il calcio è anche questo.
Eppure nella parabola, tutta ascendente, del fuoriclasse francese c’è una piccola parentesi negativa: una mezza stagione anonima e incolore passata nel nostro campionato.
Henry nasce in un piccolo sobborgo di Parigi, da genitori originari delle Piccole Antille Francesi. Come molte storie di calcio, il piccolo Thierry non nasce ricco, anzi, cresce in condizioni difficili e in mezzo a mille difficoltà. Questo non lo priva, però, della sua esuberanza e della gioia che prova nel correre dietro ad un pallone. Fin da piccolissimo impressiona per le sue doti tecniche ed è poco più che un adolescente quando viene accostato alle giovanili del Monaco. Nel ‘94, a 17 anni, già debutta in prima squadra, in Ligue1, fortemente voluto dal suo allenatore di allora, e di poi, Arsene Wenger. Il ragazzo è un talento puro, e si mette subito in luce assieme ad un altro giovane promettente, David Trezeguet, con il quale in quegli anni forma una coppia d’attacco inarrestabile. Il club, grazie al suo gioiellino conquista traguardi importanti, lo scudetto ‘97 e le semifinale di Champions nel ’98. Le buone prestazione messe in luce con la squadra del Principato gli valgono anche la chiamata in nazionale, per disputare il mondiale più atteso dai francesi, quello tra le mura di casa del 1998. La Francia vincerà il torneo, con un Henry capace di ritagliarsi spazi importanti.
Si capisce ben presto che non si tratta di un giocatore qualsiasi, ma di un vero e proprio astro nascente. La maglia del modesto Monaco inizia a stargli un po’stretta. Infatti, nel gennaio ’99, a stagione già in corso, voluto da Luciano Moggi, viene acquistato dalla Juventus, per l’importante cifra di 30 miliardi di lire.
Appena sbarca a Torino, per Henry sembra il massimo, giovanissimo approda in una delle squadre più forti d’Europa. Qui si ritrova, anche, come compagno un suo connazionale alquanto “bravino”, un certo Zidane. I presupposti per il salto di qualità sembrano quelli giusti.
Ma quella ‘98-‘99, purtroppo, è una stagione maledetta per i bianconeri. La squadra, infatti, arranca ed Henry, vittima anche di scelte tecniche controverse,spesso verrà utilizzato in ruoli a lui poco congeniali, non riuscendo ad esprimersi. Il suo talento non sboccia e i cattivi giudizi non tardano ad arrivare. Tutti parlano dell’ennesimo “bidone” rifilato a caro prezzo. Sembrava che fosse capitato nel posto giusto al momento giusto ma purtroppo si rivela l’esatto contrario. In mezzo a quella “bufera bianconera”, in cui la dirigenza e lo staff tecnico sono più impegnati a cercare di salvare la stagione, il suo valore non viene notato e i rapporti si incrinano. A fine campionato lo stesso Moggi, che lo aveva fortemente voluto, lo mette sul mercato.
Nell’estate del ’99, appena sei mesi dopo dal suo arrivo in Italia, Henry vola a Londra dove ad accoglierlo troverà nientemeno che il suo” padre calcistico”Arsene Wenger,diventato nel frattempo Manager dell’Arsenal.
Il tecnico conosce bene il calciatore, infondo lo ha visto crescere, sa che il ragazzo è un diamante grezzo che aspetta solo il suo momento. Si fida ciecamente e lo schiera titolare fin da subito. La scelta si rivela azzeccata e finalmente il talento esplode. Ben presto diventerà uno dei calciatori più forti di sempre, di una classe unica e cristallina. Vestirà la maglia dei Gunners per sette stagioni,vincendo di tutto e di più, diventando il giocatore simbolo della squadra. In segno di un legame inossidabile con i colori di questa maglia, gli verrà addirittura eretta una statua.
Nel 2007,dopo una conferenza stampa in lacrime,lascia il club Londinese e passa al Barcellona “stellare” di Pep Guardiola dove anche qui, per tre stagioni vincerà molto. Nel 2010, a trentatre anni, si trasferisce negli Stati Uniti, nei New York Red Bulls,dove milita attualmente, per regalare emozioni e prestazioni spettacolari anche al pubblico d’oltreoceano.
Calciatore dal Palmares invidiabile,nella sua carriera ha collezionato record su record. La sua parentesi italiana e la sua successiva e “frettolosa” cessione rappresenta uno dei più grandi abbagli per storia della nostra massima serie. Privarsi di un simile fuoriclasse, è stata una svista che fa male ancora oggi. Non si capirà mai il perché, ad uno come lui, non gli sia stata data un seconda chance. Gli interrogativi restano. Ma si sa il calcio è anche questo.
