Roma - Il 19 luglio 1992 Palermo fu colpita da uno degli attentati mafiosi più drammatici della storia repubblicana. In via D’Amelio, un’autobomba uccise il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
A 34 anni dalla strage, istituzioni e cittadini hanno rinnovato il ricordo delle vittime e dell’impegno nella lotta alla mafia.
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha definito la strage di via D’Amelio, avvenuta appena due mesi dopo quella di Capaci in cui persero la vita Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti della scorta, un evento che “ha segnato in profondità la coscienza del Paese”. Secondo il capo dello Stato, l’attentato rappresentò il punto più drammatico di un disegno eversivo volto a colpire le istituzioni democratiche, un progetto che fu contrastato grazie all’impegno di magistrati, forze dell’ordine e istituzioni.
Mattarella ha ricordato come Borsellino e Falcone siano diventati simboli della riscossa civile del Paese, sottolineando il valore del loro lavoro investigativo, della loro capacità di costruire nuovi strumenti contro la criminalità organizzata e della loro testimonianza educativa rivolta soprattutto alle giovani generazioni.
Anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha commemorato l’anniversario, ricordando l’eredità lasciata da Borsellino: il coraggio, l’amore per le istituzioni e la fiducia nei giovani come strumenti per contrastare la cultura mafiosa.
Il ricordo della strage di via D’Amelio continua così a rappresentare un momento di riflessione nazionale sul valore della legalità e sul sacrificio di chi ha scelto di servire lo Stato nella lotta contro le organizzazioni criminali.
