Cosenza - Proseguono le indagini sull’omicidio dei quattro braccianti agricoli di nazionalità afghana e pakistana, morti lunedì scorso ad Amendolara in un episodio che gli inquirenti hanno definito di “crudeltà inenarrabile”.
Secondo quanto riferito dalla Procura della Repubblica di Castrovillari, guidata da Alessandro D’Alessio, le piste investigative principali al momento sono due: da un lato l’ipotesi di una punizione riconducibile a dinamiche di caporalato, dall’altro quella di uno scontro tra gruppi di lavoratori stranieri per il controllo delle attività nei campi.
Il magistrato ha precisato che il caporalato “è una delle piste, ma non l’unica”, sottolineando come l’inchiesta si trovi ancora nelle fasi iniziali.
Fermati due sospettati
La Squadra Mobile di Cosenza ha fermato due uomini di 31 anni, entrambi di origine pachistana, ritenuti gli autori materiali del delitto. Per loro è attesa la convalida del fermo nelle prossime ore.
Le indagini proseguono per ricostruire con precisione la dinamica dei fatti e chiarire il movente dell’aggressione.
Il racconto del sopravvissuto
Elemento chiave dell’inchiesta è la testimonianza del 35enne afghano Mohammad Taj Alamyar, unico sopravvissuto alla strage. L’uomo sarebbe riuscito a salvarsi forzando il portellone del veicolo in cui si trovava mentre uno degli aggressori tentava di chiuderlo. Pur gravemente ustionato, è riuscito a mettersi in salvo.
Gli investigatori parlano di un episodio di estrema violenza, definito “disumano” e di “gravità inaudita”, mentre continuano gli accertamenti per chiarire il contesto in cui è maturato il massacro.
