"C’è un dato importante che oggi non si tiene presente: durante i lavori della Costituente era diffusa, anzi prevalente, la previsione che il blocco social-comunista avrebbe vinto le elezioni del 1948. Da qui, oltre che dalla contrapposizione al passato regime, l’inserimento nella Carta di vari organi di garanzia - dalla Corte Costituzionale alle Regioni -, che i democristiani e i liberali vollero a tutela delle minoranze e come freno a un possibile totalitarismo. Anche la scelta del bicameralismo perfetto - due Camere legislative pressoché uguali per composizione e per attribuzioni - va vista in questa prospettiva storica" ha dichiarato Giovanni Bazoli, presidente emerito di Intesa Sanpaolo, in un'intervista al Corriere della Sera, in merito alle riforme "Dopo l’entrata in vigore della Carta e il voto del 18 aprile, che segnò un grande quanto inatteso successo della Dc, l’interpretazione dei più autorevoli costituzionalisti fu che il bicameralismo perfetto non aveva senso. Feliciano Benvenuti, il grande giuspubblicista veneziano che fu anche mio maestro, sottolineava la scarsa coerenza della seconda parte della Costituzione, in cui si riflette la struttura dello Stato liberale prefascista, rispetto alla prima parte, che definisce in modo scultoreo e innovativo i diritti e i doveri dei cittadini. Per quel che riguarda il referendum, il mio è un orientamento istituzionale, non politico. Dal punto di vista politico i più si interrogano - con opposte preoccupazioni, come sappiamo, da parte dei sostenitori e degli oppositori di Renzi - sulle conseguenze che avrà per il governo la vittoria del sì o del no. Io mi pongo un altro interrogativo. Mi chiedo, nel caso di una bocciatura del referendum, se sarà ancora possibile varare in Italia una riforma di questa portata. Napolitano ha ragione: sono cinquant’anni che si cerca di rendere più efficiente il funzionamento dello Stato. Ritengo che sia stata sviluppata in modo molto discutibile un’idea di fondo valida e da condividere: quella di trasformare il Senato in un organo di rappresentanza delle Regioni e delle autonomie locali. È la stessa Costituzione vigente che prefigura uno sviluppo in tal senso, quando afferma che il Senato è eletto su base regionale. E questa era l’idea degli studiosi che avanzarono una serie di proposte per superare il bicameralismo perfetto. Certo, un conto è la teoria, un altro è la ricerca del consenso da parte dei vari partiti. Ma mi pare che l’ostacolo maggiore che incontra il referendum sia un altro. Il collegamento con la legge elettorale. Se approvata, la riforma costituzionale del Senato avrà l’effetto di rendere praticabile la nuova legge elettorale. Una legge che oggi risulta inapplicabile, perché si voterebbe al Senato con il proporzionale puro e alla Camera con un sistema tendenzialmente maggioritario: una cosa assurda. Nessuno ha osservato che, proprio per questa ragione, in caso di bocciatura del referendum, il Paese si troverebbe in una situazione veramente drammatica di impasse costituzionale: il presidente della Repubblica non avrebbe di fatto la possibilità di indire nuove elezioni, finché non fossero riformati i sistemi elettorali di entrambe le Camere. Resta comunque il fatto che molti sono indotti a non votare sì al referendum perché sono contrari alla legge elettorale. Capisco che oggi sia difficile convincere Renzi a ritoccare la legge elettorale. Da un lato sarebbe accusato di modificarla perché non più conveniente alla sua parte; d’altro lato capisco il timore che si apra il vaso di Pandora, con esiti imprevedibili. Tuttavia l’eliminazione di alcuni dei più gravi difetti della legge agevolerebbe l’approvazione del referendum. E avrebbe il grande pregio di ampliare il consenso su due riforme, quella costituzionale e quella elettorale, che in una democrazia matura non dovrebbero avere l’avallo dalla sola maggioranza".
