
dal nostro inviato Francesco Greco.
ROMA - Dici Salgado e traduci passione per l'uomo, militanza di valori antichi non relativizzati, testimonianza a livello planetario. Senza se e senza ma. Il maestro brasiliano (è nato a Minas Gerais) è a Roma (Museo dell'Ara Pacis, inaugurazione ieri 15 maggio, sino al 15 settembre, a cura di Lèila Wamick Salgado)con la sua "Genesi".
E contemporaneamente anche a Londra, Rio de Janeiro e Toronto.
Ha scelto sin dall'inizio la password del bianco e nero per mostrare il pianeta a ogni angolo, gli uomini che chiedono dignità, gli animali di ogni tipo, le cose del mondo in una luce dialettica, di grande forza affabulatoria.
200 foto dai 5 Continenti di foreste tropicali, glaciazioni antartiche, deserti dell'Africa e l'America, i paesaggi dove la natura è ancora padrona inosata e selvaggia in Cile, Siberia, Usa. Insomma: la bellezza ignota ai più, uomini che vivono a margini, ai confini della Terra, civiltà magicamente sfuggite alla globalizzazione.
Cinque le sezioni: "Pianeta Sud", "I Sentieri della Natura", "Il Grande Nord", "L'Africa", "L'Amazzonia e il Pantanàl". "E' una mostra e un libro - osserva il critico Matteo Virili - per capire da dove proveniamo e innamorarci si nuovo del pianeta che ci ospita e dal quale dipendiamo". La formazione culturale di Salgado è essenzialmente economica, tant'è che nel 68-69 fu anche funzionario del Ministero delle Finanze del Brasile e successivamente si perfezionò in Europa
approfondendo i suoi studi. E forse proprio questa derivazione culturale ha marcato la sua sensibilità dandole un approccio più sociologico e politico.
Dal 1979 ha collaborato alle principali agenzie fotografiche mondiali. Ha dato visibilità a popoli sperduti, dimenticati dal mondo, le realtà nascoste del pianeta che la globalizzazione sta formattando col lavoro brutale e spersonalizzante, funzionale al profitto: bambini che muoiono di fame, vecchi che tentano di proteggersi dal freddo sotto le stelle nelle notti del deserto. La fame del Sahel, le migrazioni a ogni latitudine e longitudine,il lavoro degli uomini, "i condannati della Terra".
E ogni clic dice di una sua fede inattaccabile nell'uomo, nonostante tutto, la sua solidarietà con chi vive ai margini dei processi economici e produttivi. La capacità di cogliere e racchiudere le tematiche più complesse e rimosse dalla comunicazione. "Analizza mentre fa vedere, esplora mentre plasma", spiega Christian Coujolle.
Salgado è per tutto questo considerato "un grande fotografo umanista", un impareggiabile narratore con la forza dell'immagine.
E contemporaneamente anche a Londra, Rio de Janeiro e Toronto.
Ha scelto sin dall'inizio la password del bianco e nero per mostrare il pianeta a ogni angolo, gli uomini che chiedono dignità, gli animali di ogni tipo, le cose del mondo in una luce dialettica, di grande forza affabulatoria.
200 foto dai 5 Continenti di foreste tropicali, glaciazioni antartiche, deserti dell'Africa e l'America, i paesaggi dove la natura è ancora padrona inosata e selvaggia in Cile, Siberia, Usa. Insomma: la bellezza ignota ai più, uomini che vivono a margini, ai confini della Terra, civiltà magicamente sfuggite alla globalizzazione.
Cinque le sezioni: "Pianeta Sud", "I Sentieri della Natura", "Il Grande Nord", "L'Africa", "L'Amazzonia e il Pantanàl". "E' una mostra e un libro - osserva il critico Matteo Virili - per capire da dove proveniamo e innamorarci si nuovo del pianeta che ci ospita e dal quale dipendiamo". La formazione culturale di Salgado è essenzialmente economica, tant'è che nel 68-69 fu anche funzionario del Ministero delle Finanze del Brasile e successivamente si perfezionò in Europa
approfondendo i suoi studi. E forse proprio questa derivazione culturale ha marcato la sua sensibilità dandole un approccio più sociologico e politico.
Dal 1979 ha collaborato alle principali agenzie fotografiche mondiali. Ha dato visibilità a popoli sperduti, dimenticati dal mondo, le realtà nascoste del pianeta che la globalizzazione sta formattando col lavoro brutale e spersonalizzante, funzionale al profitto: bambini che muoiono di fame, vecchi che tentano di proteggersi dal freddo sotto le stelle nelle notti del deserto. La fame del Sahel, le migrazioni a ogni latitudine e longitudine,il lavoro degli uomini, "i condannati della Terra".
E ogni clic dice di una sua fede inattaccabile nell'uomo, nonostante tutto, la sua solidarietà con chi vive ai margini dei processi economici e produttivi. La capacità di cogliere e racchiudere le tematiche più complesse e rimosse dalla comunicazione. "Analizza mentre fa vedere, esplora mentre plasma", spiega Christian Coujolle.
Salgado è per tutto questo considerato "un grande fotografo umanista", un impareggiabile narratore con la forza dell'immagine.
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CULTURA