Femminicidi, sette denunce non bastano: l’appello di Francesco Longobardi per una protezione immediata delle donne


La denuncia deve essere l’inizio della protezione, non l’ultimo atto prima della tragedia. È questo il senso delle parole del presidente di Medea ODV, dott. Francesco Longobardi, che interviene sul drammatico susseguirsi di femminicidi e casi di violenza di genere che continuano a segnare la cronaca italiana.

A destare particolare allarme è il caso di Tania Terrin, uccisa nonostante avesse già presentato ben sette querele. Una vicenda che, secondo l’associazione, pone ancora una volta interrogativi pesanti sull'efficacia dell'attuale sistema di prevenzione e protezione delle vittime.

Quando denunciare non basta

La denuncia rappresenta un atto di grande coraggio per una donna che vive una situazione di violenza, stalking o maltrattamenti. Ma, sottolinea Longobardi, non può essere considerata un punto di arrivo.
Tra la presentazione della denuncia e l'eventuale applicazione di misure cautelari può infatti esistere una fase particolarmente delicata, nella quale la vittima continua a essere esposta al rischio. Divieti di avvicinamento, braccialetto elettronico, provvedimenti restrittivi e, nei casi più gravi, custodia cautelare devono essere valutati con tempestività sulla base della reale pericolosità della situazione.
Il tema centrale diventa quindi quello della valutazione del rischio: comprendere rapidamente quando una situazione di stalking o maltrattamento può trasformarsi in una minaccia concreta per l'incolumità della vittima.

Una prevenzione che deve essere attiva

Per Medea ODV è necessario superare un modello basato prevalentemente sull'intervento successivo alla denuncia e rafforzare una rete di protezione capace di agire immediatamente.
Monitoraggio, interventi tempestivi, strutture sicure e coordinamento tra forze dell'ordine, magistratura, servizi sociali, centri antiviolenza e associazioni possono diventare strumenti fondamentali per ridurre il rischio.
L'obiettivo deve essere quello di accorciare il più possibile i tempi di reazione: una donna che chiede aiuto deve poter percepire concretamente la presenza dello Stato e delle istituzioni accanto a lei.

Una scia di sangue che non può essere considerata episodica

La successione di femminicidi registrati tra luglio e agosto, con i nomi di Luigia Fortunato, Tania Sperindio, Dafne Rebaudo, Daniela Florea, Tania Terrin, Ornella Forastefano, Joanna Rouissi e Carmela Bifano, restituisce il quadro di un'emergenza che continua a ripetersi.
Al di là delle singole vicende giudiziarie, il fenomeno della violenza contro le donne appare sempre più come una questione strutturale, che richiede prevenzione, educazione, ascolto e interventi concreti.
Ogni storia è diversa, ma dietro molte tragedie ricorre uno stesso elemento: segnali, richieste d'aiuto, denunce e situazioni di rischio che devono essere riconosciuti prima che sia troppo tardi.

«Azzerare i tempi di reazione»

Il richiamo del dott. Francesco Longobardi e delle associazioni impegnate sul fronte della tutela delle donne è dunque chiaro: quando una vittima trova la forza di denunciare, lo Stato deve rispondere con una protezione concreta e immediata.
Registrare una denuncia non può essere sufficiente. Occorre valutare il pericolo, intervenire, monitorare e mettere la vittima in sicurezza.
Perché dietro ogni denuncia c'è una persona che sta chiedendo di essere ascoltata e protetta. E quella richiesta di aiuto non deve mai trasformarsi nell'ennesima tragedia annunciata.

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