Taranto - L’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto deve chiudere. La Corte d’Appello ha confermato il blocco degli impianti, respingendo l’istanza di sospensiva presentata dai commissari straordinari. La chiusura dovrà avvenire entro il 28 ottobre.
Al centro della decisione il rapporto tra tutela della salute e attività d’impresa. Secondo quanto evidenziato nella sentenza, nell’area dell’ex Ilva permane una situazione di rischio legata anche alla presenza di amianto. Nell’Aia del 2025 non sarebbe stata disposta la completa rimozione del materiale, che risulta essere stato smaltito soltanto in parte attraverso successivi provvedimenti.
I giudici sottolineano inoltre come i danni siano riconducibili a impianti rimasti sostanzialmente immutati per decenni, elemento ritenuto concorrente nel confermare la permanenza del rischio ambientale e sanitario.
La decisione viene accolta come una svolta sul fronte della tutela ambientale e della salute a Taranto, città indicata dalle Nazioni Unite come una «zona di sacrificio». Per le realtà che da anni chiedono una radicale trasformazione del modello industriale, si tratta di una pronuncia destinata ad avere un peso significativo.
Ma accanto alla questione ambientale e sanitaria si apre ora quella occupazionale. I lavoratori e le imprese dell’indotto guardano con forte preoccupazione alle conseguenze della chiusura, con il rischio di un pesante impatto sociale.
Particolare apprensione riguarda l’indotto e, in particolare, i circa 2.500 lavoratori delle aziende aderenti ad Aigi. Da Taranto arriva quindi un appello al governo affinché intervenga per affrontare le conseguenze occupazionali della decisione e scongiurare quello che viene definito un possibile «disastro sociale».
