Dad or Alive?


A. IOMINI
- Le finalità della scuola dovrebbero essere di: 1) assicurare la trasmissione intergenerazionale dei saperi; 2) offrire un’insostituibile esperienza di socializzazione, perché multiforme ma controllata, in una società malata di solitudine.

Le istituzioni, che nell’epoca del Covid-19 si e ci trastullano con la retorica dell’investimento sulle giovani generazioni, non solo non stanno badando né all’uno, né all’altro aspetto, ma inseguono un infantile e miope "ritorno" a quella normalità che ha originato il problema: la nostra scuola più di altre ha scontato, in questo trimestre, i risultati di un’attenzione sovradimensionata (e comunque inefficace) agli adempimenti burocratici, e scarsa verso le esigenze di studenti, famiglie e docenti.

La riapertura dei negozi per lo shopping natalizio e il perdurare del blocco per la scuola fino a data da destinarsi (e comunque non al 100%) svelano l’ipocrisia del governo e del MIUR sull’uso strumentale del concetto di "sicurezza": oggi descrivono DAD e DDI come misure legate all’emergenza pandemiologica, quando invece è in pieno vigore da anni l’esercizio di una violenta pressione (fatta di finanziamenti pubblici milionari -a fronte di problemi strutturali come, ad es., l’edilizia scolastica o il caotico reclutamento dei precari- per devices ed infrastrutture a vantaggio di soggetti privati, di fiducia incondizionata verso gli stessi per la gestione di dati personali e sensibili, di vincoli alla sottoscrizione di PON e risultati SNV per l’erogazione dei fondi ministeriali, etc.) al fine di trasformare la didattica, da laboratorio per la costruzione individuale della propria cittadinanza attiva, ad anticamera di un mondo del lavoro comunque in crisi e privo di prospettive per i nostri ragazzi, quindi da ripensare, e non semplicemente da reduplicare. 

Occorre fare chiarezza sull’insostituibilità della didattica in presenza come esperienza di vita, come dimensione irriducibile (nelle sue componenti etiche, emotive, cognitive, sociali, creative, etc.) dello scambio di conoscenze e di costruzione dei saperi; occorre altresì demistificare l’artata contrapposizione -utile a mascherare la drammatica disattenzione generale verso il bene comune- fra salute e praticabilità dei diritti (all’ILVA di Taranto, per gli operai, fra la probabilità di un tumore e il diritto di guadagnarsi il pane, nelle scuole d’Italia, per gli studenti, fra rischio-covid e diritto all’istruzione); in ultimo occorre rivendicare nella scuola uguale dignità ed agibilità a proposte didattiche alternative e non subordinate alla coazione all’app-grade imposto dal MIUR, impostate su un sano rapporto di indipendenza dai devices, nell’apprendimento come nella socialità.

Purtroppo, complici la forte pressione istituzionale, l’accelerazione da pandemia e, non da ultimo, la pericolosa comodità impigrente delle nuove tecnologie, anche all’IIS Inveruno si sta silenziosamente sedimentando un modello di scuola, a mio avviso, distopico: la funzione docente (la cui "centralità" i tecno-entusiasti ministeriali vorrebbero "superare") viene ridotta all’amministrazione della valutazione, poiché risulta chiaro che le ricadute didattiche effettive ed i livelli di motivazione e partecipazione attiva sono precipitati fra gli studenti (o meglio: solo l’esigua minoranza di chi non avrebbe bisogno della DAD, ne riceve qualche giovamento, ma tutti gli altri, dal rendimento medio al rischio dispersione, ne risultano svantaggiati -o esclusi); un modello di scuola che vede la collegialità come momento di mera approvazione di strategie e decisioni preimpostate, quasi un fastidioso impedimento alla fluida manovrabilità dell’istituzione, spesso intesa come un'azienda; un modello di scuola verticistico e gerarchico, basato più sull’esecutività che sulla partecipazione (e quindi assai poco inclusivo).

Quindi, pur partendo da analisi anche molto diverse da quanto sopra esposto, un gruppo di docenti si è messo, da lunedì 11/01, in stato di agitazione per protesta, con un presidio permanente davanti all’ingresso dell’Istituto, ed ha invitato tutte le componenti scolastiche alla partecipazione, nel rispetto degli adempimenti lavorativi e delle norme di sicurezza; siamo consapevoli del valore solo dimostrativo del nostro atto, ma lo riteniamo comunque necessario in considerazione dell’attendismo e della rassegnata impotenza che opprimono il mondo della scuola, e per non essere complici del fattivo svilimento dei saperi, della cultura, degli apprendimenti e della loro dimensione sociale fra le priorità della politica nazionale; in conclusione, ritengo personalmente necessario ribadire con forza che la digitalizzazione della didattica è la rupe tarpea della diversità, è la pietra tombale dell’inclusione, è la canonizzazione del modello del capitalismo della sorveglianza… e come tale va, semplicemente, rifiutata.

La scuola è comunità educante, è costruzione condivisa del futuro che viene: quando derubata della sua dimensione collettiva, allora non è!