Mafia: si è spento nella notte il 'padrino' Totò Riina


PARMA - Il superboss di Cosa Nostra, Totò Riina, non ha superato la notte. Il padrino nato a Corleone 87 anni fa è deceduto all’ospedale di Parma dove era ricoverato da giorni in stato di coma dopo aver subito due interventi chirurgici. Capo indiscusso della mafia siciliana, era stato arrestato il 15 gennaio 1993, e da allora viveva detenuto in regime di 41-bis. Proprio ieri, il 16 novembre, aveva compiuto 87 anni.

Con la morte di Totò Riina si chiude per sempre un’epoca: quella dei “corleonesi”, dal nome del paese di Corleone di cui il clan era originario. Il padrino ha costituito per oltre mezzo secolo un binomio indissolubile con Bernardo Provenzano e formato, insieme a Lelouca Bagarella, quel “triumvirato” che ha governato Cosa nostra, portandola nel terzo millennio. Abbandonanti cioè i campi dell’entroterra siciliano, la mafia di Riina ha infiltrato i tavoli dei grandi appalti miliardari di opere pubbliche, sviluppato grossi traffici internazionali di droga, e sferrato gli attacchi frontali e sanguinari allo Stato in quella che è passata alla storia come “strategia stragista” del biennio ’92-’93.

Capo assoluto della mafia più sanguinaria, Totò Riina nasce nel paese in provincia di Palermo il 16 novembre 1930. A segnare la sua adolescenza fu, quando aveva 13 anni, la morte del padre e del fratello minore uccisi dall’esplosione di un residuato bellico. In quegli anni il giovane Totò cominciò a frequentare Luciano Liggio, luogotenente del capomafia corleonese Michele Navarra, che di fatto lo inserì negli ambienti criminali del paese. A 19 anni fu condannato a 12 anni di reclusione per l’omicidio di un suo coetaneo, ucciso durante una rissa; una pena che sconta all’Ucciardone fino al 1956.

Uscito dal carcere, Riina tornò in paese per riprendere i contatti con la banda di Liggio, e condividere con lui il progetto di ascesa ai vertici di Cosa nostra. Il gruppo, ferocissimo, era composto oltre che da Riina, da Bernardo Provenzano, morto il 13 luglio del 2016, e dai fratelli Calogero e Leoluca Bagarella e nel giro di pochi anni sterminò i fedelissimi dell’ex capomafia Michele Navarra, con l’obiettivo di dirottare le proprie mire sull’intera città di Palermo. Il progetto di Riina però viene interrotto nel dicembre del 1963, quando viene arrestato una seconda volta. Dopo aver scontato alcuni anni di prigione, “U curtu” (il “corto”, per via della sua bassa statura), fu assolto nei processi di Catanzaro e Bari, risalenti al 1969.

L’ingresso dei corleonesi a Palermo avviene in quello stesso anno. Al 1969 infatti risale la strage di viale Lazio, nella quale il gruppo di fuoco di Riina uccise Michele Cavataio, boss proiettato al vertice di Cosa nostra. Gli anni ’70 furono il periodo della vera e propria scalata al potere dei “viddani” (i contadini). Riina, Liggio, Provenzano e Bagarella, insieme all’allora sindaco di Palermo Vito Ciancimino consolidarono il loro ruolo di supremazia all’interno di Cosa nostra, legittimandolo con il sangue e catturando i favori dei boss palermitani che via via voltavano le spalle alla vecchia mafia “perdente” per aderire a quella “vincente” dei corleonesi.

Parallelamente a questa “carriera” criminale, Riina perseguì fin da subito una guerra aperta contro le istituzioni. Guerra in cui caddero vittime, tra gli altri, il procuratore Pietro Scaglione, il giornalista Mario Francese, il Capo della Mobile Boris Giuliano, il presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella, l’imprenditore Libero Grassi, e tanti altri fino ad arrivare agli anni delle stragi che uccisero il giudice Rocchi Chinnici, e i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Messo alle strette dalle rivelazioni dei pentiti, fra tutti Tommaso Buscetta, Riina si vendicò sterminando le famiglie dei collaboratori di giustizia, compresi donne e bambini. A testimoniare la sua ferocia furono le parole di un pentito, che un giorno ricordò come, facendo presente a Riina che un agguato avrebbe messo a rischio la vita di alcuni bambini, “La bestia” gli rispose: “E allora? Anche a Sarajevo muoiono i bambini”.

Sposato con Ninetta Bagarella, Totò Riina ha quattro figli: Maria Concetta, Giovanni Francesco, Giuseppe Salvatore e Lucia. La sua lunga latitanza, durata 24 anni, si interruppe la mattina del 15 gennaio 1993, a poche decine di metri dalla sua lussuosa villa in via Bernini. Ad arrestarlo fu il capitano Ultimo, capo di una squadra speciale del Ros. Ad incastrare il “capo dei capi” furono le dichiarazioni rese dal suo ex autista Balduccio Di Maggio. Oltre al binomio indissolubile con Cosa nostra, che il suo nome rappresenta, Riina è al centro di un’altra pagina oscura della storia d’Italia. Quella relativa alla cosiddetta “trattativa” tra Stato e mafia. Un vero e proprio accordo tra alcune frange istituzionali, e il crimine organizzato per porre fine alla strategia stragista del biennio 92-93.

Riina, in particolare, avrebbe posto, tramite l’intercessione di Vito Ciancimino, alcune condizioni tra le quali la revisione della sentenza del Maxiprocesso, l’alleggerimento del 41bis, e la revisione delle norme in tema di pentiti e sequestro dei beni ai mafiosi. Dal giorno del suo arresto, Totò Riina ha collezionato numerose condanne all’ergastolo. Nell’ottobre del 1993 viene condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio del boss Vincenzo Puccio. L’anno dopo rimedia un altro ergastolo per l’omicidio di tre pentiti e quello di un cognato di Tommaso Buscetta. Quindi ancora ergastoli per le stragi di Capaci, e via D’Amelio; poi per gli omicidi del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, del capo della Mobile Boris Giuliano, e del professor Paolo Giaccone. Nel 2000 subisce un’ulteriore condanna all’ergastolo per gli attentati di Firenze, Milano e Roma.

Altri ergastoli, Riina li ha rimediati per omicidi commissionati tra il 1983 e il 1992. Nella primavera del 2003 Riina subisce un intervento chirurgico al cuore, e nel maggio dello stesso anno viene ricoverato nell’ospedale di Ascoli Piceno per un infarto. Pochi mesi dopo, a settembre, viene nuovamente ricoverato per problemi cardiaci. Trasferito nel carcere milanese di Opera, viene nuovamente ricoverato nel 2006, stavolta all’ospedale San Paolo di Milano, sempre per problemi cardiaci. Al novembre del 2013 risalgono le minacce rivolte da Riina al magistrato Nino Di Matteo, il pm del processo sulla “trattativa” Stato-mafia che aveva retto l’accusa in numerosi procedimenti penali a suo carico.

La salute dell’anziano boss ha continuato a creargli problemi nel marzo del 2014, quando venne nuovamente ricoverato. Nel 2017, date le gravi condizioni di salute, gli avvocati di Riina avevano chiesto al Tribunale di sorveglianza di Bologna il differimento della pena con la detenzione domiciliare. Il 19 luglio scorso il Tribunale si è però pronunciato negativamente respingendo la richiesta.

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