Cinema: 'Accattone' ha 60 anni

VALTER CANNELLONI - ROMA - Un universo “solo”, e un individuo altrettanto solo e disperato, senza neanche la speranza consolatrice di un'etica o di una morale cui aggrapparsi.

Sono queste le idee-base della poetica pasoliniana in quest'opera prima, inserite in un contesto epico-religioso non scevro da una sottile linea di ambiguità, che porta Pier Paolo Pasolini non solo a rappresentare la negatività dei personaggi, ma anche a comprenderla e, in qualche modo, nobilitarla.

Protagonista della vicenda è Vittorio Cataldi, sottoproletario romano del Mandrione, noto a tutti come “Accattone”, che si guadagna da vivere sfruttando come prostituta la fidanzata Maddalena.

Un giorno Maddalena, dopo essere stata pestata a sangue da alcuni malavitosi napoletani, finisce in carcere per falsa testimonianza, buscandosi un anno di galera. Per "Accattone" la vita si fa dura: senza più fonti di sostentamento, sente la fame e la rinuncia.

Cerca di rifarsi vivo con la moglie che gli ha dato tre figli, ma il padre e il fratello di lei lo respingono brutalmente dandogli del “pappone”. "Accattone" conosce allora Stella, una bella e brava ragazza sfortunata, che vorrebbe spingere sulla strada della prostituzione, ma della quale poi si innamora.

"Accattone", in vista di una nuova vita, per un giorno prova anche a lavorare (“sembra Buchenwald” dice lui) ma poi preferisce ricorrere alle scorciatoie per guadagnarsi da vivere.

Con il suo amico ladrone Balilla realizza un furto misero di mortadelle e prosciutti, ma viene intercettato dalla Polizia (che lo sorveglia dopo la denuncia di Maddalena) e, durante la successiva fuga in moto, si schianta su un marciapiede e muore dopo pochi minuti d'agonia, durante i quali pronuncia la frase “Mo' sto bene”.

L'amico Balilla si fa il segno della croce sul suo corpo esanime e il film si conclude con quest'immagine tragica. Scene da non perdere: la sfilata al commissariato dei sospettati del pestaggio di Maddalena, i cui espressivi volti da sottoproletari romani vengono ripresi dal regista con una potentissima forza visiva; la zuffa da galli da pollaio tra "Accattone" e il cognato, sottolineata dalle note di Johann Sebastian Bach, che recitano un ruolo da protagonista come colonna sonora del film; l'angoscioso sogno premonitore dei funerali di "Accattone", che preconizza la sua morte e l'anticipa.

Pasolini trasse la sua sceneggiatura dai romanzi “Ragazzi di vita” e “Una vita violenta” ed ebbe a dire di questa trasposizione cinematografica che rappresentò il suo esordio sul grande schermo: ”L'esperienza filmica manca quasi del tutto di una figura, la metafora, di cui invece l'espressione letteraria consiste quasi esclusivamente. Se tuttavia il cinema non può usufruire delle figure stilistiche di cui usufruisce, per millennario diritto, la narrativa, tuttavia non ne è del tutto escluso. Ma strano: le figure stilistiche che il cinema può co-usufruire con la letteratura sono quelle tipiche della letteratura arcaica, religioso-infantile, da una parte, dall'altra quella in comune, idealmente,con una terza arte: la musica. Mi riferisco alla anafora ed all'iterazione. Dunque un'immagine - conclude Pasolini - può avere la stessa forza allusiva di una parola perchè si fonda su un alfabeto più complesso di quello usato dalla parola: l'alfabeto della realtà”.

Girata tra i profili bassi delle misere casupole del Mandrione, la pellicola descrive alla perfezione quel sottoproletariato urbano che stenta a mettere insieme il pranzo con la cena, che era tagliato fuori dai fasti del boom economico e che Pasolini conosceva molto bene.

Il film si avvale poi della superba interpretazione di Franco Citti, un "Accattone" sospeso nella sua asocialità, il cui futuro è deciso già in partenza, e che troverà nella morte il compimento di un destino infame e tragico.

REGIA: PIER PAOLO PASOLINI
SCENEGGIATURA: PIER PAOLO PASOLINI
FOTOGRAFIA: TONINO DELLI COLLI
MUSICA: JOHANN SEBASTIAN BACH
INTERPRETI: FRANCO CITTI
FRANCA PASUT
ADRIANA ASTI
MARIO CIPRIANI
SILVANA CORSINI
PRODUZIONE: ITALIA, 1961.