Tel Aviv - È stato identificato in Hamam al-Hammami, cittadino omanita di 29 anni, il copilota sospettato di aver aggredito il comandante del volo FlyDubai FZ1073, partito da Dubai e diretto a Tel Aviv il 30 settembre. Secondo le ricostruzioni diffuse dai media internazionali, l’uomo avrebbe attaccato il comandante durante il volo, provocando una drammatica perdita di quota dell’aereo. L’equipaggio e alcuni passeggeri sono riusciti a fermarlo e il Boeing 737 Max è stato successivamente fatto atterrare in emergenza a Tabuk, in Arabia Saudita.
Secondo quanto riferito da CNN e Wall Street Journal, al-Hammami avrebbe avuto in precedenza problemi con la compagnia aerea nazionale dell’Oman. Fonti citate dal Wall Street Journal sostengono che l’uomo fosse stato interdetto dal servizio in cabina di pilotaggio dalle autorità omanite per preoccupazioni legate alle sue posizioni ideologiche. Non è tuttavia chiaro se e in quale forma tali informazioni siano state condivise con altri Paesi o con le compagnie aeree che lo hanno successivamente impiegato.
Il profilo LinkedIn associato al nome di Hamam al-Hammami, successivamente rimosso, avrebbe inoltre riportato una precedente esperienza professionale con Oman Air e altri incarichi nel settore dell’aviazione. La sua storia lavorativa e le circostanze che hanno portato all'assunzione da parte di FlyDubai sono ora oggetto di accertamenti.
I post su LinkedIn e i dubbi degli investigatori
Secondo la CNN, sul profilo LinkedIn riconducibile ad al-Hammami sarebbero comparsi, circa nove ore dopo l'incidente, due post. Uno conteneva immagini e filmati dalla cabina di pilotaggio di un Boeing 737 Max, comprese riprese di aerei di compagnie israeliane come El Al, oltre a una fotografia di Ayman al-Zawahiri, ex leader di al-Qaeda.
Un secondo contenuto mostrava invece immagini della Mecca, di Medina e di Gerusalemme. Non è però stato stabilito chi abbia pubblicato quei contenuti né se fossero stati programmati in precedenza. Gli elementi digitali sono quindi al vaglio degli investigatori.
Il precedente con Oman Air
Il Wall Street Journal riferisce che al-Hammami era stato precedentemente allontanato dall'attività di volo in Oman a causa di timori relativi alle sue posizioni radicali. La circostanza, se confermata nell'inchiesta, potrebbe assumere particolare rilievo per comprendere come l'uomo sia successivamente riuscito a tornare a operare come pilota commerciale.
Anche altri media hanno riferito che il copilota avrebbe perso l'abilitazione al volo durante il periodo trascorso in Oman e che sarebbe stato successivamente assunto da altre compagnie. Su questi aspetti, tuttavia, restano elementi ancora da verificare.
L'attacco in volo
L'episodio si è verificato il 30 settembre, quando il volo FZ1073, con oltre 170 persone a bordo, era diretto da Dubai a Tel Aviv. Il copilota avrebbe aggredito il comandante utilizzando un'ascia di emergenza presente nella cabina e avrebbe tentato di assumere il controllo dell'aereo. L'aeromobile è precipitato rapidamente di quota mentre sorvolava l'Arabia Saudita.
Il comandante, nonostante le ferite, è riuscito ad aprire la porta della cabina, consentendo a passeggeri e altri piloti presenti a bordo di intervenire. Il copilota è stato immobilizzato e l'aereo è stato deviato verso Tabuk, dove è atterrato in sicurezza.
L'ipotesi terroristica
Le autorità degli Emirati Arabi Uniti hanno successivamente definito l'episodio un attacco terroristico e hanno avviato un'indagine per chiarire il movente e verificare eventuali collegamenti con organizzazioni o reti estremiste. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha sostenuto che il copilota fosse stato sottoposto a un processo di radicalizzazione islamista.
Restano però ancora da chiarire diversi aspetti, tra cui il movente preciso, l'eventuale pianificazione dell'azione, possibili collegamenti con gruppi terroristici e le modalità attraverso cui il copilota è riuscito a ottenere e mantenere l'abilitazione necessaria per operare su un volo internazionale diretto in Israele. L'indagine è condotta con il coinvolgimento delle autorità degli Emirati Arabi Uniti, di Israele e dell'Arabia Saudita.