Gaza, Netanyahu respinge il piano Usa in 15 punti: «Nessun ritiro finché Hamas non sarà disarmato»


GERUSALEMME
– Resta in salita il percorso verso una soluzione politica per Gaza. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha respinto il documento in 15 punti presentato dagli Stati Uniti attraverso il Board of Peace, ribadendo che Israele non intende ritirare le proprie forze dalla Striscia finché Hamas non sarà «effettivamente disarmato».

È la prima presa di posizione pubblica di Netanyahu sulla roadmap americana. Il premier ha inoltre escluso la prospettiva di uno Stato palestinese: «Finché sarò primo ministro, non ci sarà alcuno Stato palestinese, né a Gaza né in Cisgiordania».

Il piano, che punta alla progressiva smilitarizzazione della Striscia e alla definizione di un nuovo assetto di governance e sicurezza, si scontra dunque con la posizione israeliana sulla presenza militare. Netanyahu ha ribadito che il ritiro dell'Idf non potrà avvenire prima del completo disarmo di Hamas.

Da Hamas è arrivata una prima reazione critica. Il gruppo ha chiesto ai mediatori e al garante americano di esercitare pressioni su Netanyahu affinché rispetti la tabella di marcia e non ostacoli il processo per ragioni legate alla politica interna israeliana.

Iran-Usa, nessun negoziato diretto

Sul fronte iraniano, il ministro degli Esteri Abbas Araqchi ha affermato che non sono in corso colloqui diretti con gli Stati Uniti, ma soltanto uno scambio di messaggi attraverso intermediari.

Teheran mantiene inoltre una posizione rigida sulla riapertura dello Stretto di Hormuz, snodo strategico per il traffico energetico internazionale. Secondo quanto riferito da Reuters, l'Iran ha posto una serie di condizioni agli Stati Uniti, tra cui la fine delle ostilità contro l'Iran e i suoi alleati, la rimozione del blocco navale, il ritiro delle truppe, il risarcimento dei danni, la revoca delle sanzioni e lo sblocco dei beni iraniani congelati.

Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha invece indicato la necessità di superare l'attuale situazione di «né guerra né pace», sostenendo che questo potrebbe essere il momento più favorevole per raggiungere un accordo.

La posizione iraniana resta però condizionata a un cambiamento della condotta americana. Teheran ha fatto sapere che l'apertura dello Stretto dipenderà dall'evoluzione della crisi e dal rispetto delle condizioni poste.

Yemen, gli Houthi colpiscono al-Makha

Intanto, il conflitto continua ad avere ripercussioni anche sullo Yemen. Gli Houthi, che controllano gran parte del nord-ovest del Paese, hanno colpito il porto sud-occidentale di al-Makha, sul Mar Rosso, controllato dalla Resistenza Nazionale Yemenita, formazione alleata del governo riconosciuto dalle Nazioni Unite.

L'attacco si inserisce nel quadro delle tensioni regionali che coinvolgono Israele, Iran e i gruppi armati sostenuti da Teheran, mentre resta alta l'attenzione internazionale sul possibile allargamento del conflitto.

Il quadro mediorientale appare quindi ancora estremamente fragile: da una parte gli Stati Uniti cercano di spingere verso un nuovo assetto per Gaza, dall'altra Israele pone il disarmo di Hamas come condizione imprescindibile per qualsiasi ritiro militare, mentre sul fronte iraniano e lungo le rotte strategiche del Mar Rosso e dello Stretto di Hormuz continuano a moltiplicarsi i segnali di tensione.

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