Iran, pugno di ferro del regime: sparatorie contro i manifestanti e minacce di pena di morte


Teheran - Il regime iraniano continua a reprimere con violenza le proteste, scese in piazza per il quindicesimo giorno consecutivo. Secondo le organizzazioni non governative che monitorano la situazione dei diritti umani, il numero delle vittime potrebbe aver superato il centinaio, ma si teme un bilancio molto più grave. Nel frattempo, prosegue il blackout di internet imposto dalle autorità, mentre gli ospedali del Paese risultano ormai «sopraffatti» dai feriti.

Secondo l’agenzia stampa degli attivisti per i diritti umani Hrana, sarebbero già oltre 10.000 le persone arrestate durante le proteste. Sardar Radan, comandante in capo della polizia nazionale iraniana, ha dichiarato che «il livello di scontro con i rivoltosi è aumentato» e ha celebrato quelli che ha definito «arresti importanti», sottolineando che «i principali elementi dei disordini di ieri sera sono stati arrestati».

La crisi interna in Iran si intreccia con la tensione internazionale. Cresce infatti l’ipotesi di un intervento degli Stati Uniti, dopo che il presidente Donald Trump ha annunciato di essere pronto a sostenere i manifestanti. Secondo quanto riportato dal New York Times, Trump non avrebbe ancora preso una decisione definitiva, ma diversi funzionari riferiscono che starebbe valutando la possibilità di autorizzare attacchi mirati contro siti non militari a Teheran.

Anche Israele è in stato di massima allerta, temendo un eventuale coinvolgimento statunitense nella regione. In risposta, il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Baqer Qalibaf, ha lanciato una minaccia diretta: se Stati Uniti e Israele attaccheranno l’Iran, tali obiettivi saranno considerati «legittimi» e subiranno dure conseguenze.

La situazione rimane estremamente critica e in rapida evoluzione, con il rischio di un’escalation interna e internazionale che potrebbe avere conseguenze gravi sia per la popolazione iraniana sia per la stabilità regionale.

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