Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani: il ricordo degli agenti pugliesi della scorta di Giovanni Falcone


In questi giorni si è celebrato il 29esimo anniversario della "Strage di Capaci". Era il 23 maggio 1992 quando persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani. I tre agenti della scorta viaggiavano su una Croma marrone ed era la prima auto del gruppo che scortava il giudice Falcone. Nel tremendo attentato, i tre agenti di scorta muoiono sul colpo.

Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani erano di origini pugliesi e vogliamo raccontarvi oggi qualcosa di loro e di come si sono trovati a fare da scorta al giudice Giovanni Falcone.
Partiamo da Rocco Dicillo. Nasce a Triggiano, piccolo paese della provincia di Bari, il 13 aprile del 1962, e lì trascorre tutta la sua giovinezza. È un bellissimo ragazzo: occhi azzurri e barba scura, desiderato da tutte le ragazze del paese anche per il suo animo gentile. Frequenta l’istituto tecnico industriale a Castellana Grotte, diplomandosi come perito chimico, e inizia poi la carriera universitaria che però interrompe dopo aver superato il concorso in Polizia. Il suo rifiuto della violenza e dell’illegalità lo spingono a decidere di dedicare la propria vita a servizio dello Stato. Come prima destinazione di servizio viene mandato a Bolzano dove si distingue da subito per onestà e intraprendenza e per questo, nel 1989, viene assegnato come agente scelto al servizio scorta di un giovane magistrato che ha deciso di combattere la mafia. Sarà proprio Rocco, insieme ad altri colleghi, a sventare un attentato dinamitardo organizzato alla villa dell’Addaura del magistrato Giovanni Falcone.
Partendo per Palermo, ovviamente la madre conosceva i rischi e la pericolosità del suo lavoro e gli disse "Mi raccomando! Fai il muto, il cieco e il sordo". Ovviamente Rocco gli rispose che se doveva fare il muto, il cieco e il sordo, non avrebbe fatto l'agente di scorta. Appena due settimane prima di quel 23 maggio, Rocco è tornato a casa per presentare alla famiglia la sua giovane fidanzata palermitana, Alba. Ha deciso di sposarla, hanno già fissato la data, il 20 luglio 1992. Padre Ennio Pintacuda, a cui Rocco spesso prestava servizio di scorta, avrebbe dovuto celebrare il matrimonio. Hanno deciso di trasferirsi a vivere nella sua amata terra di Puglia. È per questo che chiede il trasferimento, per cui però, gli dicono, dovrà aspettare almeno due anni. Per non allarmare sua mamma, Luisa, le dice che non fa più il servizio di scorta, che ormai è assegnato al lavoro d’ufficio e che perciò non ha motivo di preoccuparsi.
E parliamo ora di Antonio Montinaro. Nasce a Calimera, in provincia di Lecce, l’8 settembre del 1962 da una famiglia di pescatori. È un ragazzo estroverso e solare. Non ama studiare, ma nutre da sempre un alto senso della giustizia e si dedica spesso agli altri. Nella sua famiglia ci si nutriva di pane, Bibbia e Costituzione. "Chiedere un favore è come firmare una cambiale in bianco. Se non ti piace studiare vieni a lavorare con me. Io non chiederò mai a nessuno il favore di trovarti un lavoro". Questo diceva suo padre. Ancora molto giovane decide di donare la sua vita al servizio dello Stato e così si arruola in Polizia. Trascorre quattro anni del suo servizio alla Questura di Bergamo lavorando prima come operatore del 113 e poi alla sezione Volanti; ha un carattere esuberante, sa farsi valere e anche volersi bene. Lavora con professionalità e dedizione ed è circondato da amici e colleghi con cui stringe solidi rapporti di amicizia. Ben presto, durante i suoi spostamenti per motivi di servizio conoscerà Tina, donna di cui si innamorerà e che presto diventerà sua moglie e mamma dei suoi due splendidi bambini, Gaetano e Giovanni. Antonio è un papà affettuoso e premuroso, non vuole far mancare niente alla sua famiglia e non appena finisce i turni di lavoro corre da loro. Antonio è un poliziotto che vive il territorio, un poliziotto che non si barrica dietro il proprio apparire, ma che ha fatto della divisa il proprio essere. Si trasferisce a Palermo con la sua famiglia e, date le sue spiccate qualità professionali e morali, ben presto diventerà il caposcorta del giudice Giovanni Falcone con cui stringerà un rapporto umano oltre che lavorativo. Pur consapevole dei grossi rischi personali, assolve il proprio compito con alto senso del dovere e serena dedizione. È convinto che i sacrifici e i pericoli da affrontare siano necessari per garantire la sicurezza a quel giudice che rischia a sua volta la vita per aver scelto di contrastare la mafia. Antonio diventa presto l’uomo fedelissimo del giudice, quel giudice che non lascerà mai, neanche il giorno dell’attentato.
Infine, parliamo di Vito Schifani. Nasce ad Ostuni, in provincia di Brindisi, il 23 maggio del 1965. È un ragazzo dinamico, allegro e divertente. È un tipo sportivo; sin da subito si appassiona all’atletica leggera e ben presto si specializzerà nelle gare dei 400 metri. È così bravo che diventa un atleta del Cus di Palermo e gareggia con successo a livello regionale. Al termine del suo percorso di studi decide di arruolarsi in Polizia; è una scelta consapevole la sua, il suo alto senso dello Stato e delle Istituzioni lo portano a compiere questa scelta di vita con profonda responsabilità e dedizione. Vito ama viaggiare e gli piace volare, tanto da diventare presto anche un pilota di secondo grado. Prese infatti il brevetto di volo all’Aeroclub Beppe Albanese di Boccadifalco. Ancora molto giovane incontra Rosaria Costa, una giovane ragazza dai capelli bruni e lo sguardo profondo, di cui ben presto si innamora. Giovani e felici decidono di coronare il loro sogno d’amore sposandosi e progettando una famiglia insieme. Intanto, grazie alle sue spiccate qualità, alla sua rettitudine morale e alla sua professionalità viene assegnato al servizio scorte di un magistrato impegnato in prima linea nella lotta contro la mafia, Giovanni Falcone. Pur consapevole degli alti rischi che corre, Vito assolve al suo dovere sempre con il sorriso, è convinto che solo combattendo dalla parte dello Stato le cose possano davvero cambiare ed è perciò orgoglioso di essere quotidianamente affianco di quell’uomo che, in una terra così martoriata, sta sfidando e mettendo in ginocchio Cosa Nostra. Anche se molto giovane è già un poliziotto molto apprezzato. Trascorre le sue giornate dividendosi tra il servizio prestato allo Stato, la sua passione per l’atletica e la sua Rosaria, che nel frattempo lo rende papà. Ed è proprio la nascita del piccolo Emanuele a spingerlo a prendere la decisione di lasciare il servizio scorte: Vito vuole dedicarsi con più tranquillità alla sua famiglia, passare più tempo con sua moglie e con il piccolo Emanuele (oggi diventato capitano della Guardia di Finanza).
Dobbiamo sempre ricordare il sacrificio di questi servitori dello Stato e, come cittadini, dobbiamo cercare di combattere ogni giorno qualsiasi forma di illegalità.