Telefonata Renzi-padre, indagini su rivelazioni segreto


ROMA – La Procura di Roma ha aperto un fascicolo d’indagine in relazione alla intercettazione pubblicata oggi dal Fatto Quotidiano e riguardante una conversazione tra l'ex premier Matteo Renzi e il padre Tiziano. Le ipotesi di reato sono rivelazione del segreto d’ufficio e pubblicazione arbitraria di atti.

Gli inquirenti sottolineano che del dialogo sarebbe presente agli atti dell’inchiesta sugli appalti Consip soltanto la fonia e potrebbe non esservi invece il brogliaccio riassuntivo. I magistrati sottolineano poi che si perseguirà “questa grave violazione” con la stessa convinzione che ha portato tra l’altro all’arresto di Alfredo Romeo.

Intanto il ministro della giustizia Andrea Orlando, tramite l’ispettorato generale, ha avviato accertamenti preliminari presso gli uffici interessati in relazione, appunto, alla pubblicazione della telefonata dello scorso 2 marzo. “Babbo devi dire tutta la verità ai magistrati. Non puoi dire bugie o non mi ricordo e devi ricordarti che non è un gioco”. È quanto avrebbe detto l’ex premier Matteo Renzi al padre Tiziano, in merito alla vicenda Consip, in un’intercettazione telefonica riportata dal Fatto che anticipa quanto riportato nel libro del giornalista Marco Lillo, “Di padre in figlio”.

“È una cosa molto seria” e “devi ricordarti tutti gli incontri e i luoghi, non è più la questione della Madonnina e del giro di merda di Firenze per Medjugorje”, avrebbe aggiunto il segretario Pd nella telefonata al padre. E ancora: “Devi dire nomi e cognomi”, “è vero che hai fatto una cena con Romeo?”. “Queste intercettazioni ribadiscono la mia serietà. L’ex premier Matteo Renzi, su Facebook, spiega il suo punto di vista sulla telefonata al padre Tiziano. “Politicamente parlando le intercettazioni pubblicate mi fanno un regalo. La pubblicazione è come sempre illegittima ed è l’ennesima dimostrazione di rapporti particolari tra alcune procure e alcune redazioni. Ma non ho alcun titolo per lamentarmi: non sono il primo a passare da questa gogna mediatica. Anzi: ad altri è andata peggio. Qualcuno si è tolto la vita per le intercettazioni, qualcuno ci ha rimesso il lavoro. Ma umanamente – aggiunge il segretario Pd – mi feriscono perché in quella telefonata sono molto duro con mio padre. E rileggendole mi dispiace, da figlio, da uomo. Da uomo delle istituzioni, però, non potevo fare diversamente”. “Mio padre non ha mai visto un tribunale fintantoché suo figlio è diventato premier. Fino a quel momento ha vissuto tranquillamente la sua vita, esuberante e bella: ha 66 anni e proprio sabato scorso ha festeggiato i 45 anni di matrimonio. Quattro figli, nove nipoti, gli scout, il coro della chiesa, il suo lavoro e naturalmente la passione civica per Rignano: è un uomo felice. Ha conosciuto la giustizia solo dopo che io sono arrivato a Palazzo Chigi. Non è abituato a questa pressione che deriva dal suo cognome più che dai suoi comportamenti. Gli ricordo che se sa qualcosa è bene che la dica, all’avvocato e al magistrato. La verità – aggiunge – prima o poi emerge: è giusto dirla subito”.

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